sabato 16 novembre 2013

Un Golpe Chiamato Euro (di Giuseppe Guarino)

Se la moneta unica fosse tecnicamente un “colpo di stato” contro paesi membri e cittadini? Per non cadere dal pero, saggio (a puntate) del giurista Guarino

 
Pubblichiamo un saggio di Giuseppe Guarino, già ordinario di Diritto pubblico alla Sapienza di Roma, già ministro delle Finanze (1987) e dell’Industria (1992-’93).
La tesi del professore è che all’origine della moneta unica si sia realizzato un “colpo di stato”, attraverso un preciso regolamento comunitario, il numero 1466/97. Approfittando della fortissima volontà dei governi del tempo di superare a tutti i costi “l’esame” – sul fronte dei conti pubblici, per esempio –  necessario a entrare nella nuova area valutaria, la Commissione fece approvare infatti un regolamento che avrebbe vincolato in maniera decisa le leve della politica economica fino ad allora in mano agli stati membri. 

Il ragionamento di Guarino è lungo ma non oscuro, narrato con stile piano, a disposizione – per volontà dello stesso autore – di chi lo volesse confutare. Qualcuno potrebbe sostenere, forse non a torto, che non di soli formalismi giuridici è costituito il processo d’integrazione europea. Ciò detto, è un fatto che pezzi d’establishment guardino con ansia crescente alle prossime elezioni europee, ritenute facile terreno di caccia per “populisti” anti moneta unica. Ieri pure l’agenzia di rating Moody’s ha parlato di rischi “non trascurabili” che in Italia “i partiti anti-euro prendano il potere con un programma di uscita dall’euro”. Guarino obbliga a confrontarsi con una lettura critica ma acuta, nient’affatto dozzinale, del tipo di mentalità dominante nella storia dell’integrazione europea. A meno di non accontentarsi di vivere in un’èra in cui tutte le vacche sono populiste, buona lettura.
 
Una espressione usata anche in atti formali, compreso il molto recente cosiddetto Fiscal compact (art. 1, comma 1) è quella di “Unione economica e monetaria” (Uem). L’Unione monetaria non è stata realizzata. L’Unione economica non è stata creata. Le monete circolanti con “valore legale” nell’Unione erano tredici al 1° gennaio 1999, data del lancio. Una, l’euro, moneta comune di undici stati. La sterlina e la peseta, “monete nazionali”. Oggi le monete sono dodici, di cui una, l’euro, moneta comune, undici, monete nazionali.
 
L’Unione economica non è stata creata. L’Atto unico europeo (Aue) e il Trattato dell’Unione europea (Tue), che sono i due Trattati ai quali ne viene attribuito il merito, si sono limitati a creare un “mercato unico”. E’ un grande spazio economico nel quale si applicano, come dominanti, i principi della libera iniziativa privata (libertà di impresa) e della più ampia apertura. Oggi la maggior parte dei rapporti economici del globo sono retti da discipline ispirate ai medesimi principi della libera iniziativa privata, quindi della libertà di impresa, in un mercato aperto. Si è costruito a livello quasi mondiale un mercato “unico”. Nessuno lo definirebbe “Unione economica”.
 
Il “mercato comune” formò oggetto precipuo dell’Aue, integrato successivamente dal Tue. Il Tue ha disciplinato oggetti nuovi, in modo particolare ha dettato una disciplina generale sull’attività economica e sui bilanci degli stati, quindi implicitamente sulla moneta comune.
Alle norme che avrebbero influito sulla concretizzazione della “moneta comune” si pose mano negli ultimi mesi di discussione sul Tue. A quel punto molti capisaldi della disciplina della moneta erano stati già fissati. La moneta sarebbe stata comune non a tutti gli stati dell’Unione, ma solo a quelli che si sarebbero assoggettati alla sua specifica disciplina. La decisione scaturì dalla indisponibilità del Regno Unito a rinunciare alla sua storica moneta, la sterlina. L’Unione, senza il Regno Unito, sarebbe nata monca. Fu concessa al Regno Unito la clausola dell’“opting out”. Avrebbe potuto aderire all’euro, dimostrando di averne i requisiti, in qualsiasi momento successivo. Concessa al Regno Unito, la clausola non poté essere negata alla Danimarca. Fu concessa di fatto, in assenza di deroga formale, alla Svezia, il primo paese ad aderire all’Ue, dopo la stipula del Trattato. L’art. 109 k) ha finito per contemplare due distinte categorie di paesi membri, quelli ammessi all’euro, denominati senza deroga, e quelli che continuano ad avvalersi della propria moneta, denominati “paesi con deroga”. L’art. 109 k) indica gli articoli del Tue che si applicano ai soli paesi senza deroga.
 
Come il Regno Unito aveva dichiarato che non avrebbe rinunciato alla sterlina, così la Germania precisò che avrebbe aderito all’Unione e alla moneta unica solo se questa fosse risultata simile al marco. Il marco era la moneta storica della Germania. In attuazione di un indirizzo politico assunto sin dall’inizio, il governo federale coadiuvato dalla Bundesbank si attenne con rigore a criteri antinflazionistici per garantire duratura stabilità al valore della moneta, e conseguentemente uno sviluppo armonioso, equilibrato, continuo della economia. L’obiettivo della stabilità della moneta comportava, nelle valutazioni di Otto Pöhl, presidente della Bundesbank, condivise da Jacques Delors, presidente della Commissione, e poi dai rappresentanti di tutti gli altri paesi, che venissero fissati limiti all’indebitamento di ciascuno stato membro nelle percentuali, rispetto al pil, del 3 per cento nell’indebitamento annuale, del 60 per cento nel debito totale. Al dibattito finale presero parte attiva le delegazioni italiana e britannica.
 
Prima che ci si accordasse sulle caratteristiche della moneta, erano state concordate misure che avrebbero condizionato l’intera architettura del sistema. Gli stati avrebbero partecipato all’Unione conservando il loro carattere sovrano. Avrebbero ceduto non la sovranità, ma l’esercizio della stessa, in ambiti vasti, che sarebbero stati predeterminati. Le competenze dell’Unione sarebbero state solo quelle specificamente contemplate dal Trattato. Le risorse dell’Unione sarebbero state, oltre i ricavi dei dazi esterni e di poche altre entrate, quelle trasferite all’Unione dagli stati (definite “proprie”). Il bilancio dell’Unione sarebbe dovuto risultare ogni anno in pareggio. Ne discendeva che l’Unione non avrebbe potuto indebitarsi. Nelle materie di sua competenza, l’Unione avrebbe emesso regolamenti e direttive, con efficacia vincolante diretta negli stati membri. Norme del Tue, integrative dell’Aue, avrebbero vietato aiuti di stato ed evitato la formazione di posizioni dominanti nel mercato.
L’Aue aveva consacrato la libertà di movimento, oltre che delle merci, delle persone, del diritto di stabilimento e anche dei capitali, compresi quelli a breve. L’Unione avrebbe promosso la liberalizzazione del commercio internazionale con abbattimento generalizzato dei dazi doganali. La direttiva Ue, avente ad oggetto la libera circolazione dei capitali a breve, era stata adottata dalla Commissione e recepita dai paesi membri ancora prima del completamento del disegno dell’Unione.
 
Questo è il quadro, contenente un numero elevato di punti fermi, nel quale le delegazioni si accinsero a inserire le norme che in modo diretto o indiretto avrebbero caratterizzato la nuova moneta. La disciplina avrebbe dovuto conformarsi a quella del marco in tre aspetti fondamentali.
 
a) Avrebbe dovuto essere diretta all’obiettivo di promuovere una crescita rispondente alle caratteristiche fissate nell’art. 2 Tue. Una crescita cioè “sostenibile, non inflazionistica e che rispetti l’ambiente, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra stati membri”.
 
b) Il compito di provvedere allo sviluppo sarebbe spettato distintamente a ciascuno stato, il quale vi avrebbe provveduto nell’interesse proprio e dell’Unione, con la propria politica economica (artt. 102 A, 103 Tue).
 
c) Agli stati avrebbero dovuto essere attribuiti mezzi e/o strumenti necessari per il perseguimento dell’obiettivo della crescita. Qui i progettisti (gli “architetti del sistema”) dovettero constatare che la generalità dei mezzi adoperati dagli stati esterni all’Unione europea, cioè dalla generalità dei futuri competitori, era di fatto preclusa da punti fermi non più modificabili. I quali peraltro, in dipendenza delle preclusioni introdotte, indicavano l’unica strada rimasta libera, che sarebbe stato quindi necessario percorrere, quella dell’indebitamento. Se esistono fattori valorizzabili e non si dispone di risorse da investire, il ricorso all’indebitamento è indispensabile per cogliere le occasioni favorevoli. Potrebbero non più ripetersi.
 
Qualora il sistema, nel suo funzionare in modo fisiologico non produca risorse, se ci si preclude ogni possibilità di cogliere occasioni produttive, è la crescita a essere ostacolata. All’indebitamento va fatto ricorso nel rispetto della “golden rule”. L’investimento frutto dell’indebitamento deve, secondo una previsione ragionevole, produrre profitti in misura superiore al suo costo. Diversamente si avrebbe crescita del debito e del suo costo complessivo. I valori del 3 per cento per l’indebitamento e del 60 per cento per il debito totale, riferiti al pil, potevano basarsi, al tempo in cui furono adottati, sulla esperienza pluridecennale di grandi economie (quella tedesca e anche quella degli Stati Uniti). Furono approvati: 3 e 60 per cento costituivano il limite che avrebbe garantito la “stabilità” della moneta e della economia.
 
Qui si inserì la proposta della delegazione italiana, appoggiata dagli inglesi. Guido Carli, ministro del Tesoro e capo della delegazione, la attribuisce nelle sue memorie (“Cinquant’anni di vita italiana”, edizioni Laterza) alla propria “caparbietà”. Non si potevano far dipendere le sorti di una economia dalle condizioni che sarebbero state accertate in date prefissate. Avrebbero potuto essere sconfessate dalla notte al mattino, potevano dipendere da cause eccezionali, avrebbero potuto in ipotesi costituire il frutto di dati inesatti. Furono così approvati tre emendamenti, due dei quali hanno formato oggetto degli alinea della lett. a) del n. 2, l’altro della lett. b) dell’art. 104 c). Nella sua redazione definitiva, l’art. 104 c), n. 2, ha stabilito che l’esame della conformità alla disciplina di bilancio dovesse avvenire “sulla base” di due criteri, di cui uno alle lett. a) e b) dello stesso n. 2. Ai due criteri bisogna dunque attenersi nella interpretazione e applicazione dei valori di riferimento. Negli emendamenti accolti si fa obbligo di tenere conto della tendenza ad avvicinarsi al valore di riferimento e di eventuali cause eccezionali o temporanee che potessero avere provocato il superamento.
 
Agli architetti del sistema era stato attribuito il compito di realizzare a mezzo di norme astratte una moneta corrispondente al marco, che garantisse ai paesi membri e quindi all’Unione uno sviluppo duraturo, armonioso, sostenibile, corrispondente a quello realizzatosi in Germania negli antecedenti quaranta anni. Gli architetti si attennero al modello. Hanno assolto il compito assegnato in modo puntuale. Disegnarono un progetto la cui attuazione avrebbe potuto e dovuto garantire una crescita duratura e sostenibile. Protagonisti ne sarebbero stati gli stati membri, vincolati all’obiettivo della crescita. Gli stati avrebbero prodotto crescita nell’esercizio della più tipica espressione della attività politica, la politica “economica”. Gli architetti erano consapevoli che a favore della crescita, avrebbero concorso gli effetti benefici di due fattori produttivi: l’abolizione fisica delle dogane, cui gli studi preparatori avevano accreditato una influenza sulla crescita nella misura dal 2 al 6 per cento a seconda della collocazione dello stato, e l’eliminazione dei costi di transazione tra i paesi aderenti alla moneta comune, che a sua volta avrebbe dovuto produrre un più 0,7 per cento ad anno nella crescita.
 
Si aggiungeva ora il potere politico di indebitarsi sino ai limiti di cui al prot. n. 6, da interpretarsi e applicarsi secondo i criteri vincolanti di cui all’art. 104 c) Tue. Avrebbe dovuto essere sufficiente.
Fin qui la disciplina formale della moneta. Il passo successivo consistette nel prevedere una fase transitoria diretta a creare condizioni di sufficiente omogeneità tra i paesi membri ammessi all’euro ed evitare che, avvenuto il passaggio alla terza fase, quella “a regime”, i più forti prevalessero sui più deboli. La disciplina della fase transitoria della omogeneizzazione è contenuta nel protocollo n. 6. Furono assunte a riferimento le medie attinenti ai due aspetti più rilevanti (tassi di inflazione, tassi dei titoli a lungo termine) dei tre stati migliori. Sarebbero stati consentiti divari dal modello entro margini prestabiliti (1,5 punti per il tasso di inflazione; 2 punti nel tasso di interesse a lungo termine). Anteriormente al 1° luglio 1998 si sarebbe tenuto uno scrutinio con il quale, nel rispetto di un’apposita procedura, si sarebbero valutati i risultati raggiunti e sarebbero stati ammessi all’“euro” i paesi che avessero soddisfatto le condizioni prescritte. Lo scrutinio si tenne il 3 maggio 1998. Undici stati superarono lo scrutinio. Il dodicesimo (la Spagna) fu inquadrato tra gli stati con deroga. Sarebbe stato ammesso tra quelli senza deroga l’anno successivo.
 
L’espressione “colpo di stato” viene usata quando si modifica in aspetti fondamentali il sistema costituzionale di uno stato, con violazione delle norme costituzionali vigenti. Il colpo di stato viene attuato con maggiore frequenza con la forza. Nei tempi più antichi uccidendo, anche con il veleno, il sovrano. Il 1° gennaio 1999 un colpo di stato è stato effettuato in danno degli stati membri, dei loro cittadini, e dell’Unione. Il “golpe” è stato realizzato non con la forza, ma con fraudolenta astuzia. L’affermazione può apparire “stupefacente”. Obiettivamente lo è. La assoluta incredulità è una reazione del tutto naturale e comprensibile.
 
Per la dimostrazione occorre indicare:
a) quali sono i poteri costituzionali degli stati membri e quali gli aspetti fondamentali del diritto dell’Unione che hanno formato oggetto del “golpe”; 
b) con quali atti il “golpe” è stato realizzato e quali ne sono stati gli autori; 
c) in cosa sono consistite le astuzie fraudolente, alle quali si è fatto riferimento.
 
a1) Si risponde separatamente per gli stati membri e per l’Unione. Il Tue non contempla alcuna procedura specifica per le sue variazioni. In quanto Trattato multilaterale di diritto internazionale, sarebbe stato un dovere dell’Unione che i suoi organi competenti lo rispettassero e lo facessero rispettare. Non avrebbero dovuto consentire che modifiche di aspetti fondamentali del sistema si producessero in assenza di un nuovo Trattato. La disciplina introdotta con fraudolenza formò invece oggetto di un regolamento previsto dal Trattato in funzione di un unico e specifico compito. Adottare indirizzi di massima al fine del coordinamento delle “politiche economiche” degli stati membri (artt. 102 A, 103, Tue). Il diritto costituzionale degli stati membri è stato violato perché non sono state osservate le norme costituzionali interne da osservarsi nella ratifica dei Trattati. La sovranità degli stati membri è stata vulnerata perché è stata loro sottratta la funzione “esclusiva” da esercitarsi, singolarmente e come gruppo, di promuovere lo sviluppo dell’Ue e della zona euro con le proprie “politiche economiche”. La costituzione degli stati è stata violata perché sono stati imposti ai loro organi interni obblighi e condotte che i rispettivi ordinamenti costituzionali non contemplano.
 
b1) Il golpe è stato attuato a mezzo del regolamento 1466/97. Per la formazione del regolamento, come si è detto, si è fatto ricorso alla procedura di cui agli artt. 103, n. 5 e 189 c) Tue che, nello stesso momento in cui è stata utilizzata, è stata anche violata perché ce se ne è avvalsi per uno scopo diverso dall’unico previsto. La procedura di cui agli artt. 103, n. 5 e 189 c) Tue in nessun modo avrebbe potuto essere impiegata per modificare norme fondamentali del Trattato. L’essersene avvalsi configura una ipotesi non di semplice illegittimità, bensì di incompetenza assoluta. Gli atti adottati sono di conseguenza non illegittimi, ma nulli/inesistenti.
 
b2) Le persone fisiche, alle quali far risalire l’attuazione del golpe e dei mezzi fraudolenti per realizzarlo sono ignote. Non si conosce né chi ne sia stato l’ideatore, né il nome dell’estensore materiale del testo del regolamento. Una inchiesta del Parlamento europeo potrebbe ancora identificarli. La responsabilità formale del “golpe” è dei membri della Commissione e dei titolari degli organi dell’Unione e dei governi dei paesi membri che parteciparono in ciascuna delle fasi alla procedura di formazione del regolamento 1466/97.
 
c1) Gli assetti fondamentali, modificati illegalmente dal reg. 1466/97, sono diversi per l’Unione e per gli stati membri. Quanto all’Unione è stato modificato, in modo radicale e irreversibile, l’obiettivo principale, consistente (artt. 2 e 3 Tue) nel conseguimento di uno sviluppo dalle caratteristiche e secondo le modalità previste nei suddetti articoli e nell’aver abrogato, per avere regolato in modo diverso la intera materia, l’art. 104 c) Tue, contenente la disciplina dei mezzi di cui gli stati si sarebbero potuti avvalere per l’adempimento all’obbligo di promuovere sviluppo.
Quanto agli stati, l’illecita variazione consiste nell’averli privati, con l’abrogazione degli artt. 102 A, 103, 104 c) Tue, nonché di altri connessi, a mezzo di norme (quelle del reg. 1466/97) regolanti in modo diverso l’intera materia, degli unici poteri politici ad essa attribuiti in funzione alla conduzione economica dell’Unione.
 
c2) Il reg. 1466/97 malgrado la sua apparente innocenza, oltre a modificare la disciplina di vertice dell’Unione e degli stati, ha inciso sul carattere fondamentale dell’Unione, in assenza del quale gli stati non sarebbero stati legittimati a parteciparvi, quello della “democraticità”. E’ l’affermazione che tra tutte genera la massima incredulità.
 
Tutto ha origine dal sospetto di alcuni degli stati più forti che qualcuno dei più deboli, per superare lo scrutinio, si sarebbe avvalso di dati non veritieri. E’ ipotizzabile che a ciò si debba l’origine del reg. 1466/97. Sarebbe stato il rimedio ove effettivamente qualcuno degli stati membri fosse riuscito a superare lo scrutinio senza averne il diritto. Il rimedio non avrebbe condotto alla guarigione. Avrebbe prodotto danni gravi. Dimostratisi poi irreversibili.  Va aggiunto che a fine 1996 gli andamenti delle economie degli stati membri suscitavano preoccupazioni. Il rapporto debito/pil negli stati principali era cresciuto a un livello e con rapidità non previsti. Il debito francese dall’iniziale 35 per cento in rapporto al pil era passato al 58,7 per cento, quello tedesco dal 40 al 59,8 per cento, quello italiano dal 100,8 al 116.8 per cento. Era stato preventivato che nella fase transitoria vi sarebbe stato un rallentamento del pil. Ma si registrava un deterioramento superiore alle previsioni. Si dubitò della effettiva capacità delle norme a realizzare gli obiettivi assegnati, in particolare sulla effettiva corrispondenza della nuova moneta al vecchio marco. Si pensò di superare ogni incertezza, rafforzando la “stabilità”, assumendola a oggetto di un vincolo di carattere generale. A maggior ragione la dimostrazione della soppressione del regime democratico dovrà essere analitica e precisa nei dettagli. Riceverà conferma dagli effetti concretamente prodottisi.
 
In cosa è consistito il disegno “fraudolento” che ha portato alla approvazione del reg. 1466/97? La procedura utilizzata non era stata mai impiegata e non avrebbe mai più potuto esserlo nella sua portata originaria in quanto con il reg. 1466/97 sono state cancellate le “politiche economiche” degli stati che della disciplina degli artt. 102 A e 103 del Tue costituivano il presupposto.
La procedura del regolamento era iniziata nel novembre 1996. Il primo atto pubblicato è apparso sulla Gazzetta ufficiale del 6 dicembre di quell’anno. A quel tempo l’attenzione degli stati membri era concentrata sullo scrutinio di ammissione all’euro, che avrebbe dovuto tenersi entro il 31 dicembre 1996 (art. 109 J). Era stato poi rinviato al 1998. La nuova moneta suscitava grandi speranze. Non si prestò attenzione al reg. 1466/97. Era un atto che non incideva sullo scrutinio. Riguardava il periodo successivo. Il testo ne prevedeva l’entrata in vigore al 1° luglio 1998. Ce se ne sarebbe occupati quando fosse venuto il suo tempo, sempre che si fosse superato lo scrutinio. Il testo del regolamento era scritto in modo rassicurante. Prometteva (art. 3, n. 1) una crescita vigorosa, sostenibile e favorevole alla creazione di posti di lavoro. A voler essere pignoli, il vigore era qualcosa di più e di diverso di quanto l’art. 2 Tue esigeva e prometteva.
 
La procedura del reg. 1466/97 si è chiusa con la deliberazione del Consiglio del 7 luglio 1997. Gli stati partecipavano al Consiglio con un rappresentante a livello ministeriale abilitato a impegnare il rispettivo governo (art. 146 Tue). Gli stati se potevano essere giustificati per non avere prestato sufficiente attenzione al testo del regolamento alla data, anteriore al novembre 1996, della prima delibera del Consiglio, nel 1997 non avrebbero potuto disinteressarsi della sorte che li attendeva una volta superato lo scrutinio. Non è avvenuto. E’ lecito il sospetto che vi abbia influito la sapiente scelta delle date.
 
L’adozione del regolamento avvenne il 7 luglio 1997. Era il tempo in cui la Commissione avrebbe cominciato a esaminare la documentazione presentata dagli stati ai fini dello scrutinio. Il 25 marzo 1998 la Commissione formulò la proposta per l’ammissione di undici stati sui dodici aspiranti. La Spagna sarebbe stata rinviata all’anno successivo. Il Consiglio, nella composizione di capi di stato o di governo, fece sua la proposta della Commissione. Il reg. 1466/97 fissava (art. 13) esso stesso la data della sua entrata in vigore al 1° luglio 1998. Per quale ragione se ne era richiesta l’adozione da parte degli stati prima che venisse effettuato lo scrutinio e se ne conoscesse l’esito se il regolamento avrebbe dovuto e potuto applicarsi solo agli stati ammessi?
“Caro stato membro – sembra sentire che la richiesta di adesione quasi sussurrasse – se non firmi subito, il consenso all’ingresso nell’euro potrebbe essere problematico”. Un ricatto frutto della casualità delle date o intenzionale?
 
Alla base di ogni moneta vi è sempre una disciplina giuridica. Può essere quella propria di un regime di mercato, quella di un regime di stampo collettivista, o quella di una economia mista. Queste tipologie, diverse tra loro, hanno un elemento in comune. Alla gestione della moneta è sempre preposta una autorità politica facente parte dell’organismo di vertice. Nei regimi di mercato l’autorità politica è coadiuvata dal responsabile della Banca centrale. L’euro costituisce il primo esempio di una moneta in cui, secondo la disciplina del Trattato, vertici politici, pur partecipando alla gestione della moneta, non ne avrebbero avuto la responsabilità esclusiva. Avrebbe avuto parte nella gestione e vi avrebbe esercitato un ruolo dominante, una disciplina astratta. La specificità della nuova moneta, l’euro, sarebbe stata desumibile dalla disciplina alla quale il Tue l’assoggettava.
 
Il 1° gennaio 1999 è stata immessa sui mercati la moneta disciplinata dal reg. 1466/97.Se si accerterà che la disciplina del regolamento è diversa, anzi opposta rispetto a quella del Tue, bisognerà concludere che l’euro circolante dal 1° gennaio 1999 è un’altra moneta rispetto a quella del Trattato. Questa nuova moneta usa il nome e i simboli di quella voluta dal Trattato. La moneta disciplinata dal Trattato è l’unica “autentica”. Non essendo avvenuto il suo lancio né alla data stabilita, né in qualsiasi altra successiva, l’“euro autentico” è una moneta mai nata. Quella che usurpa il suo nome, e che è stata presentata come se fosse quella del Trattato e in quanto tale accettata nei mercati, è una moneta falsa che, nascoste le proprie natura e identità, si appropria di quelle dell’euro autentico. 

Fonte : scenarieconomici 

mercoledì 13 novembre 2013

L’Eurozona è un’area valutaria ottimale? Una critica alla teoria delle AVO

Per affrontare la questione sul se l’Eurozonasia o meno un’area valutaria ottimale, vogliamo cercare di capire, per sommi capi, se la stessa teoria delle aree valutarie ottimali abbia un qualche fondamento logico ed empirico. Nell’articolo Che cos’è un’area valutaria ottimale? abbiamo dato un’idea generale dei requisiti che vari economisti,Mundell in primis, hanno stabilito affinchè un’area valutaria possa essere definita ottimale.
La teoria delle aree valutarie ottimali basa le sue fondamenta sulla scuola di pensiero denominata sintesi neoclassica, secondo la quale il livello di domanda aggregata, nel lungo periodo, si adegua al livello di produzione tramite la variazione dei prezzi relativi (merci e fattori produttivi). La domanda aggregata determina il livello di produzione esclusivamente nel breve periodo (nei cicli economici), con ciò riprendendo l’idea keynesiana della centralità della domanda.

La flessibilità di prezzi e salari

Il principale criterio che un’area valutaria ottimale dovrebbe soddisfare risiede nella piena capacità dei salari monetari e dei prezzi di scendere verso il basso. A seguito di shock asimmetrici (vedi qui per avere una definizione di shock asimmetrico) che colpiscono una regione dell’area, i quali comportano un calo della produzione e dell’occupazione nella regione colpita, salari monetari flessibili verso il basso condurrebbero ad una diminuzione dei prezzi, un aumento delle esportazioni della regione colpita e dunque ad una maggiore produzione e occupazione, grazie ad un cambiamento delle preferenze dei consumatori. Un’altra via tramite la quale la riduzione dei salari monetari conduce ad un aumento della produzione e dell’occupazione è il più complicato effetto Keynes, (la cui paternità non è da attribuire a Keynes) focalizzato sulla domanda interna.

Salari che scendono = maggiore occupazione?

L’idea che i salari siano flessibili è stata messa in discussione nel ’93 da Krugman. Non solo, se anche lo fossero, aggiungiamo noi, non vi è alcuna ragione che una diminuzione dei salari monetari possa condurre ad un aumento della produzione e dell’occupazione. Infatti, se anche i prezzi diminuissero nella stessa proporzione, non vi è alcun motivo che le esportazioni aumentino con l’aumentare dei prezzi, come mostra anche un recente studio della Commissione Europea. Il caso dell’Italia ai tempi dell’Euro è emblematico.
Anche la validità dell’effetto Keynes, ossia effetti positivi positivi sulla domanda interna di una riduzione dei salari monetari, è stata messa in discussione dai recenti sviluppi della teoria economica. Lo stesso Keynes aveva negato la possibilità di simili effetti.
Il grafico qui sopra (dato Ameco) mostra l’andamento del costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) in alcuni paesi europei. Il CLUP vuole essere una misura della competitività di prezzo di un’economia (sebbene molti dubbi sono stati avanzati sulla sua effettiva validità), in quanto un valore più elevato implicherebbe un più alto livello dei prezzi, e quindi minori esportazioni per l’economia in questione.
Osservando i dati possiamo notare come tra il 2010 e il 2013 il CLUP italiano sia cresciuto molto di più rispetto, ad esempio, a quello greco. Tuttavia la performance del saldo con l’estero italiano è stata assai migliore di quella greca (in deficit strutturale). Il grafico qui sotto mostra l’evoluzione del saldo con l’estero italiano.
Sia nei rapporti con l’estero che per quanto riguarda il mercato interno, dunque, la flessibilità salariale non assicura un incremento dell’occupazione e della produzione. Inoltre, la discesa dei salari monetari può avere delle conseguenze storico-sociali rilevanti. Inoltre, (Krugman ci scuserà) sembrerebbe piuttosto difficile sostenere che i salari nell’area euro non sono flessibili. Ancor più difficile sarebbe sostenere com necessaria un’ulteriore diminuzione dei salari monetari, ad esempio, in Grecia, viste le recenti evoluzioni delle retribuzioni monetarie.

Mobilità dei fattori produttivi e integrazione finanziaria

La teoria delle aree valutarie ottimali sostiene che la moneta unica favorisce la mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro) e una maggiore integrazione finanziaria tra i paesi appartenenti all’area valutaria. La mobilità del lavoro consente, nell’idea di Mundell, di poter fronteggiare uno shock asimmetrico da parte di una regione che subisce lo shock. La mobilità del capitale, praticamente la stessa cosa dell’integrazione finanziaria, permette la convergenza tra i tassi d’interesse nei paesi appartenenti all’area (abbiamo mostrato in un articolo qui come nell’area euro la convergenza nei tassi d’interesse sui titoli pubblici sia stata permessa grazie alla politica monetaria della BCE) grazie all’assenza del rischio di cambio.
Riteniamo però che la libertà di movimento dei capitali non sia un fattore cosi positivo come viene spesso descritto. Infatti, il fatto che alcune imprese private possano liberamente decidere di delocalizzare la produzione al di fuori dei confini nazionali, può acuire il conflitto distributivo tra le classi sociali all’interno del paese, indirizzandolo in favore della classe imprenditoriale (vedi il caso Fiat a Pomigliano D’Arco).
Non ci sembra dunque che alla lunga la libertà di movimento dei capitali produca quegli effetti sperati sulla crescita del prodotto. Un minor potere contrattuale della classe lavoratrice può comportare, prima o poi, minori salari reali e quindi un minor livello di domanda aggregata e di produzione. Per quanto riguarda la mobilità del lavoro, concetto di diretta derivazione neoclassica, secondo il quale nei paesi dove vigono salari reali più elevati si dovrebbe assistere ad una sostenuta migrazione in entrata, non ci sembra che esso sia un fattore che si sia verificato in maniera decisiva nell’Euro, e non crediamo che esso sia un fattore determinante nel riequilibrare gli shock asimmetrici, proprio perchè derivante da una teoria le cui fondamente sono state ampiamente criticate (vediqui).

L’integrazione fiscale

I teorici delle AVO sottolineano che perché un’area valutaria possa essere definita ottimale, è necessaria l’esistenza di un’unione monetaria e fiscale, ossia di un bilancio pubblico comune a tutta l’area, di modo che eventuali shock asimmetrici possano essere affrontati con opportuni stabilizzatori automatici, ossia trasferimenti fiscali in favore delle regioni che mostrano una perdita di produzione e occupazione.
E’ questo un punto delicato della questione, in quanto nell’Eurozona, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, non è presente un’unione fiscale. Con l’euro la politica monetaria è diventata comune, ma le decisioni di politica fiscale vengono prese singolarmente dai singoli paesi (sebbene vincolati dal Trattato di Maastricht). Manca un sistema di trasferimenti centralizzato, in grado di "sostenere" la capacità di spesa dei paesi in difficoltà.
Dal nostro punto di vista, allora, ad esclusione del punto sull’integrazione fiscale (sul quale comunque c’è bisogno di effettuare ulteriori approfondimenti), ci sembra che l’impianto teorico sul quale è costruita la teoria delle aree valutarie ottimali sia da rigettare. Possiamo allora anche rispondere, come hanno già fatto peraltro in molti, che l’Eurozona non è un’area valutaria ottimale. Il nocciolo della questione, però, resta sempre quello riguardante un giudizio su un criterio che, alla base, risulta veramente poco fondato.
Fonte : forexinfo

martedì 12 novembre 2013

L’Eurozona e’ destinata a Collassare

arliamo spesso di Crisi dell’Euro. Abbiamo sviscerato la questione squilibri in decine di post. Abbiamo anche accennato alla questione Democrazia in un paio di Post. Ora vorrei analizzare un aspetto a mio modo di vedere tutt’altro che secondario: il fatto che sostanzialmente l’Euro e’ governato da entita’ sostanzialmente IRRESPONSABILI.
Mi spiego meglio; chi sono gli attori che regolano e decidono le sorti dell’Eurozona:
a)      La Commissione Europea: e’ l’organo esecutivo e promotore del processo legislativo dell’Unione Europea. I membri sono nominati dagli stati. Propone norme che devono essere approvate dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione europea.
b)      Il Parlamento Europeo: eletto a scrutinio universale, ha una funzione di controllo e detiene il potere legislativo.
c)       ll Consiglio dell’Unione europea noto anche come Consiglio dei Ministri Europei, detiene – insieme col Parlamento Europeo – il potere legislativo. In sostanza  e’ composto da un rappresentante di ciascuno Stato membro a livello ministeriale.
d)      La Banca centrale europea e’ la Banca Centrale incaricata dell’attuazione della politica monetaria per i 17 paesi dell’Eurozona. Il suo capitale e’ sottoscritto per il 70% da Banche Centrali di paesi dell’eurozona, il 30% da paesi della UE non appartenenti all’area euro. Il Consiglio generale della BCE è composto dal presidente e dal vicepresidente della BCE e dai governatori delle BCN dei 27 paesi membri dell’UE.
 europa-disgregazione
Fermiamoci un momento, e poniamoci una domanda semplice semplice: ma tutta questa pletora burocratica, al di la’ del legittimo interesse a “perdurare”, a chi risponde?
I Membri della Commissione e del Consiglio rispondonono sostanzialmente agli Stati che li eleggono. Ma anche i membri del consiglio della BCE ed i membri del Parlamento sono sostanzialmente condizionati dagli stati che li esprimono. La BCE addirittura risponde al 30% a Stati dell’area Non Euro. Per dirla in breve: nessuno dei membri direttivi che decide il destino dell’Unione Europea e dell’Eurozona in particolare, risponde seriamente alla popolazione Europea nel suo complesso, ma tendono a rispondere essenzialmente agli Stati Nazionali.
In un Marasma di IRRESPONSABILITA’ come questo, sostanzialmente NESSUNO HA INTERESSE A FARE L’INTERESSE DELL’UNIONE EUROPEA NEL SUO INSIEME, E TUTTI HANNO IL SOSTANZIALE INTERESSE DI “PERPETUARE SE’ STESSI” E DI “MASSIMIZZARE GLI INTERESSI DEGLI STATI DA CUI PROVENGONO”.

Abbiamo contestato l’Euro dal punto di vista economico, ma appare del tutto assurdo che l’Euro non sono solo non abbia alle spalle una costruzione Democratica, ma l’architettura di fondo e’ anche basata sull’Irresponsabilita’: nessuno risponde al Popolo Europeo o dell’Eurozona nel suo insieme.
 Ora, andando al sodo, alla fine, nell’Unione Europea e nell’Eurozona, chi sostanzialmente “conta qualcosa” sono i “governi degli stati nazionali”. Il punto e’ che i governi degli Stati hanno tra loro interessi ed obiettivi completamente divergenti tra loro: costoro rispondono agli elettorati delle proprie nazioni, e non ai cittadini di altre nazioni, per cui l’obiettivo fondamentale e’ quello di massimizzare gli interessi nazionali.
Un meccanismo di questo tipo, per definizione tende alla BUROCRATIZZAZIONE ed all’IMMOBILISMO.  Di fronte ad interessi fortemente divergenti, la decisione piu’ ovvia e ricorrente e’ quella di non decidere. Quando poi viene deciso qualcosa (generalmente in ritardo), sostanzialmentemente la Decisione e’ connessa ad un accordo (generalmente al ribasso) tra i governi di 2 nazioni ben precise: Francia e Germania, che sono le 2 nazioni piu’ potenti ed influenti. Ovviamente, le poche volte che decisono qualcosa, lo fanno minimizzando i Danni a casa propria, e massimizzando i disastri altrove.
Tutto chiaro?
L’EURO non e’ solo un esperimento con risultati discutibili dal punto di vista economico, ma ha anche alle spalle una Costruzione Anti-Democratica e fortemente inefficente, che non puo’ per definizione rinnovare se’ stessa. L’Euro e’ l’antitesi della Liberta’, e l’Euro-zona ha grosse somiglianze con l’URSS, che metteva insieme Stati diversi tra loro, in cui pero’ alla fin fine uno era meno “diverso” degli altri (la Russia). Come per l’URSS, anche nell’Eurozona, vive una Burocrazia autoreferenziale e chi ha le leve del potere non risponde direttamente al Popolo nel suo complesso. Almeno nell’URSS un Leader esisteva, nell’Eurozona manco questo, e di fatto il gioco prevalente e’ darsi spintoni.
Come collasso’ l’URSS sotto il peso della sua follia, altrettanto collassera’ l’attuale costruzione Europea, perche’ entrambe hanno 3 limiti:
-          Sono per loro natura “immobili” ed incapaci a rinnovarsi
-          Sono contrarie ad ogni principio di Responsabilita’ e di Liberta’
-          Sono costruzioni artificiali prive di anima e di un collante duraturo, e soprattutto non c’e’ convenienza ai cittadini europei nel loro complesso allo stare insieme
Chi ha pensato l’Euro ha fatto un errore drammatico: ha accelerato il processo di integrazione della UE partendo dall’ultimo elemento che bisognava mettere in comune, la moneta. La Governance dell’Eurozona, come gia’ detto, e’ un mix tra l’URSS e la Repubblica di Bananas, incapace per definizione di riformarsi. L’integrazione dei sistemi fiscali, dei mercati del lavoro e delle strutture produttive, e la mancanza di un sistema di trasferimenti interno, necessariamente producono un sistema squilibrato destinato all’implosione.
La Storia ci dice chiaramente che gli esperimenti di “Costruzioni Sovrannazionali”, generalmente nel tempo Implodono, e la conseguenza e’ il ritorno agli Stati Nazione. Potrei citare l’URSS, la Yugoslavia, l’Austria-Ungheria o gli Imperi Coloniali, tutti alla fine irrimediabilmente collassati su se’ stessi. Esistono ovviamente rare eccezioni, come la Svizzera per esempio, che pero’ hanno sempre conservato gli elementi per non disgregarsi, in primis la Liberta’ e la convenienza nello stare insieme, elementi che mi sembrano stiano venendo a mancare nell’Eurozona. Se ci pensate bene, l’Eurozona non ha collanti di alcun genere, a parte l’Euro: niente principi in comune, niente politiche estere in comune, niente interessi economici in comune, e neppure in comune lingua, religione o quant’altro. Qualcuno pensa realmente che una costruzione di questo tipo, possa reggere nel lungo periodo?

sabato 9 novembre 2013

Critiche e lodi alla ragion d’essere dell’Europa: La Bce ci fa lo sconto, quali gli interessi, quali gli obiettivi?

Vi è mai capitato che un vostro parente, amico o conoscente avesse dei giramenti di testa? Probabilmente si. In quei casi tendenzialmente si opta, sul momento, per un bicchiere d’acqua o più spesso, per un bicchiere di acqua e zucchero. Se la persona non ha nulla nel giro di pochi minuti tutto è passato. Se la persona soffre un pochino di pressione bassa in pochi minuti andrà un po’ meglio. Se, malauguratamente, la persona soffre di pressione alta avrete peggiorato, seppur non molto, la situazione.

Ieri la Banca Centrale Europea ha dato all’eurozona un bel bicchiere di acqua e zucchero (taglio del tasso di riferimento interbancario dallo 0,50% allo 0,25% con promessa di mantenimento a tale livello nel lungo periodo o addirittura un azzeramento dello stesso). L’eurozona soffre di pressione bassa (bassa crescita, stagnazione o recessione a seconda degli Stati Membri). L’effetto però è stato un lieve peggioramento (come il caso della persona con la pressione alta). Strano. Contestualmente i dati positivi sull’economia americana rilasciati dalla Federal Reserve (La Banca Centrale Statunitense) hanno, anziché provocare un effetto positivo come sarebbe lecito aspettarsi, intimorito gli investitori esteri (specie quelli europei) perché temono che le misura di acquisto titoli sul mercato aperto da parte della Fed atti a mantenere alta la liquidità di moneta e quindi a sostenere la domanda possano essere ridotti drasticamente, prima di quanto già annunciato nei mesi scorsi da parte dei vertici della Fed.
Ma cosa sta accadendo in realtà? Quando leggo qualcosa di argomenti che mi appassionano ma sui cui non ho competenze specifiche mi piace leggere qualcosa scritto da qualcuno che mi faccia capire le dinamiche fondamentali che ci sono dietro le sue argomentazioni. Proviamoci:
Perché il bicchiere di acqua e zucchero pare ci abbia fatto male? Ha sbagliato la Bce? C’è qualcosa che non va? O anzi, meglio, c’è qualcosa che va?
Ripromettendomi di dire la mia nel pezzo che state leggendo, ieri pomeriggio ho postato questi interrogativi sul mio profilo di uno dei noti social network. Un ragazzo, studente di economia, mi ha risposto: “l’economia reale è a pezzi. Ormai gli stimoli monetari sono inutili, ci salveranno solo le riforme strutturali eseguite con una efficace politica fiscale”. Quanta ragione c’è nelle parole di quel ragazzo? Molta, tanta, ma non è tutto e, soprattutto, una lettura attenta delle sue parole può forse aiutarci a comprendere la scelta effettuata dalla Banca Centrale Europea.
Che manchino competitività, infrastrutture, adeguamento della legislazione giuslavoristica e fiscale in molti Stati Membri è cosa nota e scritta più e più volte anche dal sottoscritto. I ragionamenti da fare dietro questa scelta di politica monetaria però sono forse di stampo più politico che tecnico. A parere di chi scrive non è un caso che esattamente il giorno dopo tale provvedimento si assista al taglio del rating della Francia da parte di Standard & Poor’s (una delle maggiori agenzie di rating, quelle che danno il bollino finanziario, quelle che danno un giudizio sul se e come sarai in grado di adempiere alle tue obbligazioni finanziarie.)
In che direzione spinge la Bce? E l’Unione Europea? E i singoli governi? E gli altri attori del sistema?
Quanti interrogativi.
Partiamo da lontano. Gli altri. Banalmente vogliono avere dei partner a livello mondiale con cui intrattenere valide relazioni commerciali e finanziarie. Sia chiaro, meglio che non siamo noi ad avere maggior potere contrattuale come è stato fino alla fine degli anni ’80 perché il dominio geopolitico del mondo si sta spostando ad est (ed è inevitabile) ma nelle condizioni in cui siamo il rischio di diventare un peso anche per la loro crescita va via via acuendosi.
Avviciniamoci. L’Unione Europea. La risposta più antipatica. Non c’è risposta. C’è la Germania che continua sulla politica del rigore non ostata dalla Gran Bretagna che ha una sua indipendenza e tendenza alla neutralità (oltre a non utilizzare l’euro come moneta). Gli altri “grandi” – o meno piccoli oserei dire – come Francia, Italia e Spagna chiedono invece politiche fiscali di tipo espansivo o dal lato della spesa o dal lato di una minore tassazione promettendo, ancora però in modo poco credibile e strutturato (e su questo fanno leva gli amici tedeschi) riforme strutturali. Gli altri a ruota seguono ora questo, ora quel paese per via di opportune considerazioni di stampo politico e/o finanziario. Il risultato è che all’interno della Commissione Europea, del Consiglio Europeo e dello stesso Parlamento gli orientamenti e le chiacchiere la facciano da padroni rispetto alle misure da intraprendere.
Parlando dell’Unione Europea ci siamo detti anche cosa pensano i singoli governi.
Lato prettamente finanziario: la BCE, cosa vuole la BCE. Non è facile decifrarlo. Una lettura teorica di più ampio respiro del provvedimento preso forse, il condizionale è d’obbligo perchè le scienze economiche sono la coniugazione di qualunque verbo al condizionale, può aiutarci a darne una lettura quantomeno più compiuta.
La BCE, è noto, non può aiutare il sistema economico stampando moneta; la BCE non può aiutare il sistema economico svalutando la sua valuta in modo diretto, la BCE non può intervenire sulla politica fiscale dei paesi perché non è di sua competenza né, tantomeno, può farlo l’Unione Europea che è zoppa nel suo tentativo di Unione Economica complessivo perché i paesi non hanno ceduto, se non in piccola parte, e meno male, la loro sovranità sul piano fiscale (spesa pubblica e tassazione). La BCE può fare solo due cose che impattino sulla moneta in circolazione (che serve per consumare ed investire) in modo indiretto: muovere il tasso di interesse (se lo alza si dovrebbe avere una contrazione di liquidità perché è più appetibile vincolare moneta, se lo abbassa si dovrebbe avere un aumento di liquidità perché conviene meno vincolare moneta e quindi averne di più a disposizione per consumi ed investimenti) oppure, in modo ancora più indiretto agire tramite le c.d. operazioni di mercato aperto acquistando titoli, soprattutto del debito pubblico, che tengano i tassi di interesse sotto controllo e facciano da stimolo a consumi ed investimenti.
Quest’ultima operazione, che può essere dal punto di vista tecnico applicata in diversi modi, non è spesso riguardata di buon occhio quando non è equidistribuita. Se la BCE, ad esempio, compra titolo del debito pubblico italiano per sostenere il fabbisogno statale Italiano gli altri paesi, come notoriamente accaduto, possono risentirsi per non avere lo stesso trattamento. Questo anche quando i fondamentali economici suggeriscano la correttezza di una misura simile. Il caso greco, ma anche quello italiano sono esemplificativi in tal senso.
Nell’immobilismo dal lato della politica fiscale descritto a livello europeo la BCE allora con questa misura sta forse cercando di fare da apripista ad una politica fiscale più espansiva? L’interrogativo è lecito. Non solo per quanto asserito teoricamente, quanto perché è vero che nelle condizioni strutturali dell’eurozona il taglio di un quarto di punto del tasso di riferimento interbancario poco effetto può avere. Potrete verificare quanto asserito andando sul sito di una qualsiasi banca, oppure su siti specializzati che mettono a confronto le operazioni di finanziamento a famiglie e PMI. Il costo dei mutui (per restare sulla forma tecnica di finanziamento più conosciuta) cambierà decisamente di poco e comunque non in modo significativo da rappresentare una spinta decisa all’economia. Questo perché la componente più importante del costo di un finanziamento non è più da anni il tasso di interesse nominale applicato ai prestiti ma il c.d. spread (chi ha un mutuo in essere sa di cosa parlo) ossia quanto la banca decide di far pagare di più rispetto all’interesse fissato per coprire tutti i vari rischi che si addensano attorno al finanziamento.
Il punto è che se i paesi decidessero veramente (seppure per un periodo non molto lungo altrimenti si che si avrebbero danni) di effettuare una politica fiscale veramente espansiva (che significa fregarsene del deficit al 3% e di un debito pubblico alto) si potrebbe avere il rischio, in assenza di tassi molto bassi (cosi come invece correttamente imposti, a parere di chi scrive, da parte della BCE) di un effetto positivo meno forte di quello che potrebbero avere. Infatti se il settore pubblico decide di spendere molto ad esempio creando posti di lavoro, facendo piani di manutenzione straordinaria delle infrastrutture, costruendo oper epubbliche utili alla competitività del paese ecc. ecc. si potrebbe avere come controeffetto un aumento di tassi dovuto ad un eccesso di moneta in circolazione annullando così in parte gli effetti benefici che questa misura permette di avere dall’economia reale a quella finanziaria. In economia questo fenomeno è noto come “effetto spiazzamento”. In parole più semplici se ci sono più soldi in circolazione si alza il tasso di interesse facendo riabbassare in parte la moneta in circolazione che sarebbe depositata e non investita.
Così, se il tasso di interesse viene portato a livelli molto bassi prima di fare una politica fiscale veramente espansiva il rischio dell’effetto spiazzamento viene ridotto ex ante. Questo è quello che ha fatto la BCE.
E’ il bicchiere di acqua e zucchero! Solo che noi la pressione la abbiamo bassissima! Quindi il bicchiere di acqua e zucchero non fa nulla. Anzi, se i mercati si aspettano, e questo è il caso, che dopo l’acqua e zucchero non ci sarà nessuna cura strutturale (la politica fiscale espansiva) addirittura la risposta, come è stato, sarà negativa. Stiamo male, altra metafora medica, perché ci hanno dato la tachipirina, perchè abbiamo finito la tachipirina e perché non si vede nessuno all’orizzonte che ci porti l’antibiotico per sconfiggere il batterio che ha causato la febbre. Che fine facciamo?
La BCE quel che poteva fare (poco, perché poco potere ha, quanto meno a livello operativo) lo ha fatto. Il suo segnale va interpretato in senso politico, non nei listini, né nelle reazioni a caldo.
Ora sta a noi. Investiamo: nel settore pubblico, per i nostri giovani, per le nostre PMI. Per il nostro futuro.
di Sandro Brunelli
Fonte : 2duerighe

venerdì 8 novembre 2013

Martin Wolf (Financial Times): La Germania è un peso per il mondo

Nel suo editoriale sul Financial Times Martin Wolf riprende le lamentele espresse dagli USA sulle politiche mercantiliste tedesche, osservando che la risposta stizzita di Berlino sta  a significare che gli USA hanno colpito nel segno: le critiche che ti fanno male sono quelle che in fondo sai essere giuste!
 
In realtà il Tesoro Americano, seguito poi anche dal FMI, ha espresso  soltanto quello che i partner della Germania sanno benissimo ma non osano dire, e cioè che la Germania con la sua aggressiva politica orientata sulle esportazioni ha ostacolato il riequilibrio nei conti con l’estero dei paesi periferici, creando una grave deflazione nell’area euro, e anche in tutta l’economia mondiale. La risposta tedesca è che il surplus nei conti con l’estero indica solo che la Germania contribuisce significativamente alla crescita globale, non solo attraverso le esportazioni, ma anche attraverso le importazioni delle componenti dei prodotti finiti. 
I punti salienti del commento di Martin Wolf:
 
I surplus di esportazioni non testimoniano solamente la competitività tedesca, ma anche un eccesso di produzione rispetto alla spesa.  I paesi in surplus importano la domanda che non generano internamente.
Quando la domanda globale è sostenuta, questo non è necessariamente un problema, a patto che il denaro preso in prestito dai paesi in deficit venga investito in attività che possano poi servire il debito contratto. A dire il vero, questo non si verifica spesso, in parte perché i paesi in deficit vengono spinti dalla disponibilità di prodotti a basso prezzo dai paesi in surplus verso investimenti in attività non commerciabili, cosa che non contribuisce a ripagare i debiti internazionali. 
Ma nelle condizioni attuali, con i tassi di interesse ufficiali di breve termine vicini allo zero e una cronica carenza di domanda in tutto il mondo, l’importazione di domanda da parte dei paesi in surplus è una politica di “beggar-my-neighbour” (frega il tuo vicino, ndt): non fa che esasperare la debolezza dell’economia globale.
Non può quindi sorprendere che nel secondo trimestre del 2013 il PIL dell’eurozona fosse inferiore del 3,1% al suo precedente picco pre-crisi e inferiore dell’1,1% a quello di 2 anni prima. L’economia tedesca, così virtuosa e credibile, sta sottraendo domanda globale, non la sta sostenendo. Non sorprende nemmeno che l’eurozona stia scivolando in deflazione: l’ultima misurazione dell’inflazione annuale “core” (depurata dei prodotti volatili come gli energetici, ndt) era dello 0,8%. Poiché la domanda è così debole, l’inflazione potrebbe benissimo scendere ancora. Questo non solo rischia di trascinare l’eurozona in una trappola deflattiva in stile giapponese, ma impedisce i necessari riallineamenti di competitività  all’interno dell’eurozona. I paesi colpiti dalla crisi vengono costretti ad accettare una brutale deflazione. Questo rende inevitabile un livello di disoccupazione stratosferico. Inoltre, fa aumentare il peso reale del debito (vedere i grafici).
 
 
Le politiche attuate nell’eurozona sotto dettatura tedesca dovevano certamente portare a questi risultati, a causa dell’austerità applicata a tappeto che ha causato un’enorme distruzione della domanda. In un recente paper scritto per la Commissione Europea, Jan In ‘t Veld sostiene che la politica fiscale restrittiva ha imposto perdite di produzione cumulateequivalenti al 18% del PIL annuale in Grecia, 9,7% in Spagna, 9,1% in Francia, 8,4% in Irlanda e perfino dell’8,1% in Germania, tra il 2011 e il 2013. Inevitabilmente, è impossibile per la politica monetaria, espansiva quanto si voglia, compensare una cosa del genere. Prima della crisi, il meccanismo poteva funzionare aumentando il credito a quelli che poi sono divenuti i paesi colpiti dalla crisi – prima di tutti, la Spagna. Oggi, questa situazione si verifica nel contesto di un settore bancario debole, livelli di debito eccessivi nei paesi colpiti dalla crisi e un’avversione al prestito da parte dei paesi creditori.Il modo più probabile in cui una politica monetaria aggressiva potrebbe essere efficace sarebbe di deprezzare il tasso di cambio dell’euro. Se, per esempio, la BCE iniziasse un programma su larga scala di quantitative easing, comprando i bond dei paesi membri in proporzione alla loro partecipazione alla banca centrale, verosimilmente causerebbe un ribasso delle quotazioni dell’euro. Ma un passo del genere non farebbe che esacerbare la tendenza dell’eurozona, pilotata dall’influenza tedesca, a imporre un riaggiustamento a spese del resto del mondo.
 
Con i paesi vulnerabili che abbattono i loro deficit esteri, mentre i principali paesi creditori rimangono in surplus, l’eurozona sta generando enormi surplus esteri: il salto da deficit a surplus viene stimato dall’FMI nel 3,3% del PIL dell’eurozona tra il 2008 e il 2015. Considerata la mancanza di domanda nell’eurozona, il salto dovrebbe necessariamente essere ancora maggiore, se per lo meno si vuol dare la possibilità ai paesi vulnerabili di ridurre la disoccupazione. Ciò si traduce in una politica di “beggar-my-neighbour” nei confronti del resto del mondo. Gli americani hanno tutti i diritti di lamentarsene, proprio come altri, in passato, hanno avuto il diritto di lamentarsi della mancanza di regolamentazione negli USA.
Comunque, sarà impossibile per l’eurozona raggiungere la prosperità sulla base di una crescita trainata solo dalle esportazioni: è una zona economicamente troppo grande per poterlo fare. Un contemporaneo riequilibrio interno è necessario.
Finora, come dimostra il World Economic Outlook di ottobre dell’FMIè stata la disoccupazione di massa che ha generato la competitività ed è stato il collasso della domanda interna a ridurre il deficit estero nei paesi colpiti dalla crisi. Perciò il successo dei riaggiustamenti non è che l’altra faccia della medaglia di un crollo dell’economia e di una disoccupazione dilagante.
 
Eppure, anche così, il FMI non prevede significative riduzioni nella posizione debitrice di questi paesi. La loro vulnerabilitàproseguirà.Perciò, cosa sta succedendo, in poche parole?
Le risposte sono: segnali striscianti di deflazione; disoccupazione di massa; insuccesso del riequilibrio interno ed eccessiva dipendenza dalla domanda estera. E tutto questo è considerato come accettabile, desiderabile, perfino eticamente giusto – anzi, un successo. Perché?
La spiegazione consiste in una serie di falsi miti: la crisi sarebbe stata causata dall’irresponsabilità fiscale, non da un irresponsabile flusso di crediti tra paesi dell’eurozona; la politica fiscale non avrebbe alcuna influenza sulla domandagli acquisti di bond governativi da parte della banca centrale sarebbero un passo decisivo verso l’iperinflazione; i surplus esteri sarebbero causati dalla competitività di un paese, non dall’equilibrio tra l’offerta e una domanda insufficiente.Questi miti non sono innocui – sia per l’eurozona che per il mondo intero. Al contrario, essi rischiano di intrappolare i paesi più deboli in una depressione semi-permanente o di portare, alla fine, a un crollo doloroso dell’unione monetaria stessa. In ogni caso, il progetto europeo sarebbe stato foriero non di prosperità, ma di povertà; non di collaborazione, ma di dolore. Questa, quindi, è una storia tragica.”

Fonte : scenarieconomici 

lunedì 4 novembre 2013

WSJ: Gli USA attaccano le politiche economiche della Germania

Il Wall Street Journal commenta la notizia del giorno. Il governo degli Stati Uniti finalmente rompe gli indugi e critica apertis verbis le politiche economiche della Germania, colpevoli di deprimere l'eurozona e ostacolare l'economia globale. (Qui i passaggi principali del report originale tradotti da scenarieconomici.it e qui il NYT che rincara la dose)

Ora che lo hanno detto loro, quanto  ci metteranno tutti gli altri ad accodarsi?

(Ma nel frattempo Berlino ha reagito (qui in italiano) definendo le critiche USA "incomprensibili"!...e il FMI ha già risposto scegliendo ovviamente da che parte stare, hat tip a @francelenzi)

di Ian Talley e Jeffrey Sparshott

aggiornato il 31 ottobre 2013, ore 4:15 am

Usando un linguaggio insolitamente tagliente, questo mercoledì gli Stati Uniti hanno apertamente criticato le politiche economiche della Germania e accusato la maggiore potenza dell'eurozona di deprimere i paesi vicini nonché il resto dell'economia mondiale.

Nel suo report semestrale sulle valute, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha identificato nel modello di crescita tedesco orientato alle esportazioni il maggiore reponsabile della debolezza della ripresa dell'insieme dei 17 paesi che hanno la moneta unica.

Tra i "punti chiave" del report, gli USA hanno menzionato la Germania  ancor prima del loro tradizionale bersaglio, la Cina, e prima dell'altro paese recentemente considerato tra quelli più problematici, il Giappone.

Gli stessi Stati Uniti sono alle prese con una crescita persistentemente debole e sono oggetto di lamentele da parte di alcuni paesi per i loro tentativi di revitalizzare un'economia stagnante, in particolare per le politiche di denaro facile praticate dalla Federal Reserve. Anche i leader della finanza hanno preso di mira gli USA per l'impatto economico globale delle dispute fiscali tra Casa Bianca e Congresso, in particolare per lo “shutdown” governativo e la lite sul tetto del debito.



Con l'ultimo report, il Dipartimento del Tesoro ha criticato le tre maggiori economie del mondo dopo gli USA per le loro politiche economiche.

Il focus sulla Germania rappresenta un netto cambiamento di registro nel rapporto tra l'amministrazione Obama e uno dei suoi più importanti alleati. Fin dalle prime fasi della crisi del debito nell'eurozona, nel 2010, i funzionari USA hanno spesso evitato di criticare pubblicamente la Germania, a causa del suo ruolo centrale nel mantenimento dell'eurozona. Il presidente Barack Obama e i suoi più importanti funzionari hanno lavorato con cura dietro le quinte per pungolare la Germania senza un'aperta contrapposizione.

Il report sulle valute arriva in un momento in cui i funzionari di Berlino e di Washington si stanno già scontrando su altri temi, tra cui le accuse di spionaggio rivolte agli USA. 

“Il ritmo anemico della domanda interna in Germania e la sua dipendenza dall'export hanno ostacolato il riequilibrio in un momento in cui molti altri paesi dell'area euro sono stati sottoposti a forti pressioni per ridurre la domanda interna e comprimere le importazioni allo scopo di favorire il riaggiustamento,” dice il Tesoro nella sua relazione. “Il risultato netto è stata una pressione deflazionistica sull'eurozona così come sull'economia globale.”

Un portavoce del Ministero delle Finanze tedesco ha affermato che le organizzazioni internazionali, inclusi il Fondo Monetario Internazionale, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e la Commissione Europea hanno recentemente valutato positivamente le politiche economiche della Germania. Il FMI non ha trovato distorsioni nelle politiche praticate, dice il portavoce. La forte domanda interna sta guidando la crescita in Germania, ha aggiunto.

Il FMI, tuttavia, ha sempre sollecitato la Germania ad incentivare la sua domanda interna, notando che il suo ampio surplus commerciale avveniva a spese dei suoi partner del sud.

Alcuni critici hanno considerato inefficaci le valutazioni del Tesoro, facendo notare il fatto che nessun importante partner commerciale è stato mai etichettato come manipolatore di valuta in quasi due decenni. Comunque gli USA hanno utilizzato il report come uno strumento diplomatico per cercare di influenzare le politiche commerciali ed economiche di altri paesi.

Le lamentele sul modello economico tedesco ventilate nel report sono ben note ed erano già state avanzate con discrezione dai funzionari USA negli scorsi anni. L'ultima sede in cui sono stati fatti tali commenti, comunque, è stata inusuale, trattandosi di un report che tipicamente si focalizza sulle valute piuttosto che in senso più generale sulle politiche economiche. 

L'euro, in effetti, si è rivalutato del 4% quest'anno a causa dell'accresciuta fiducia degli investitori nella ripresa dell'unione monetaria e dei segnali che la Federal Reserve continuerà le sue politiche di denaro straordinariamente facile. L'euro, che si posizionava a 1,3736 dollari alle 17 (ora di New York), è leggermente sceso dopo la pubblicazione del report del Tesoro nella serata di mercoledì.

Un euro forte può aiutare l'economia USA rendendo i prodotti americani più competitivi all'estero. Ma i funzionari USA sembrano più preoccupati delle politiche economiche tedesche che possono creare delle distorsioni a lungo termine nell'economia globale.

Poiché la Germania contribuisce a definire le politiche economiche del resto dell'eurozona, Washington vuole assicurarsi che l'eurozona non si affidi eccessivamente alle esportazioni – anziché alla domanda interna – per tirarsi fuori dalla depressione economica.

L'amministrazione Obama aveva alzato sensibilmente il livello delle critiche verso la Germania sin da aprile, quando era stato rilasciato l'ultimo report sulla valuta. A quel tempo, il Tesoro faceva ampiamente notare che la Germania e l'Olanda registravano grandi surplus commerciali e menzionava brevemente la caduta della domanda in Europa. Ora, il Tesoro fa esplicitamente notare che il surplus della Germania è tornato a superare quello della Cina.

Jacob Kirkegaard, un esperto dell'eurozona al Peterson Institute for International Economics, ha detto che il tempismo di queste critiche è molto probabilmente un tentativo di influenzare le politiche economiche in Germania nel momento in cui una nuova coalizione di governo si sta formando e sta discutendo il suo programma per diversi anni a venire.

La dipendenza dell'eurozona dalle esportazioni rende ancor più difficile per gli USA e per altri paesi affrontare i loro problemi economici. “L'area euro sta succhiando domanda dal resto del mondo anziché aumentarla, causando il declino della crescita nei mercati emergenti,” dice il signor Kirkegaard.

Ma a parte le critiche che arrivano dall'estero, i politici tedeschi stanno discutendo come incentivare gli investimenti pubblici e privati nel paese. Ma in Germania c'è comunque un ampio consenso sul fatto che i grandi surplus commerciali del paese siano segno di salute e di competitività.

Il report semestrale del Tesoro statunitense è progettato per assicurarsi che i maggiori partner commerciali non stiano manovrando le proprie valute per guadagnare margini di competitività sulle esportazioni USA minando l'economia americana. Tenendo basso il valore della propria moneta, un paese può rendere i propri prodotti manufatturieri più convenienti per il commercio internazionale.

Il Tesoro ha confermato le proprie preoccupazioni sulle politiche monetarie di Cina, Giappone e Corea del Sud. Ma non ha definito alcun paese come manipolatore della valuta.

Gli USA hanno ripetuto le loro critiche verso Pechino, dicendo che il governo cinese dovrebbe permettere ad uno yuan “decisamente sottovalutato” di apprezzarsi più rapidamente. Geng Shuang, un portavoce dell'ambasciata cinese a Washington, ha detto che “non c'è evidenza del fatto che la moneta cinese sia significativamente sottovalutata,” facendo notare che c'è stata una rivalutazione del 34% dello yuan sul dollaro dal 2005 ad oggi.

E nonostante il Tesoro affermi che il Giappone sembra aver rispettato i recenti accordi valutari internazionali, dice anche che continuerà a “monitorare da vicino” le politiche di Tokyo.

Il Tesoro ha inoltre esortato la Corea del Sud a limitare i suoi interventi sui mercati valutari.

 I rappresentati delle ambiasciate giapponese e coreana a Washington non hanno per ora replicato alle richieste.


venerdì 1 novembre 2013

Loretta Napoleoni: “L’Italia faccia come l’Islanda, scelga il ‘default pilotato’ ed esca dall’euro”

“Sa che potrebbe essere il giorno in cui la Grecia andrà in bancarotta?”. Curioso che il libro di Loretta Napoleoni, economista e consulente di terrorismo internazionale, compaia proprio oggi in libreria.

Un testo, Il contagio (edito da Rizzoli), che fotografa l’attuale situazione internazionale nella quale anche l’Italia di qui a poco potrebbe trovarsi – drammaticamente – ad essere protagonista. L’esigenza (leggasi l’urgenza) è quella di uscire dalla fase del “non ritorno”. Come? La soluzione c’è, dice Napoleoni: l’Italia, d’accordo con l’Europa, scelga il “default pilotato”. Il resto è puro accanimento terapeutico che rischia semplicemente di procrastinare una situazione rischiosa non solo per il nostro Paese ma per l’intera zona euro.
Professoressa, significa che l’Italia come altri Paesi cosiddetti “Piigs” dovrebbe fallire?
“Il problema dell’euro è che, a livello europeo, non esiste né un protocollo né una regola per l’uscita temporanea o permanente di uno Stato dalla moneta unica. Il che significa che la Grecia, ma anche gli altri paesi Piigs come l’Italia sono in balia dei sentimenti del mercato, per quanto riguarda il mantenimento del proprio debito. Significa che se i mercati, come sta succedendo con la Grecia, improvvisamente decidono che questi Stati non sono in grado di ripagare il debito, non c’è una regola su come uscire. Cioè, l’euro non può andare in bancarotta se la Grecia va in bancarotta. Ecco perché parlo di un default volontario pilotato e della creazione di una serie di regole che permettano ad alcuni paesi di uscire temporaneamente dall’euro per riprendersi economicamente, anche in termini di convergenza, tornando entro quei parametri necessari per starci dentro. Seguire insomma l’esempio dell’Islanda che ha fatto un default pilotato e volontariamente è uscita dal mercato dei capitali, ha cioè dichiarato il default e si è messa al lavoro per ripianare i debiti”.
Un caso che sembra rimanere isolato.
“Sì, infatti. Si pensi all’Argentina che è andata in default da un giorno all’altro perché i mercati hanno girato le spalle. L’Islanda però ha una situazione migliore dell’Italia perché non ha l’euro come moneta. E il problema è proprio questo. Nel senso: come usciamo dall’euro? Come possiamo staccarci senza creare un terremoto all’interno di tutta l’Europa? Barroso ha detto: mantenere l’euro è una lotta di sopravvivenza per tutti i Paesi. E ha ragione. Infatti nelle ultime tre settimane in Germania e anche in Olanda dentro le banche si lavora per produrre una proposta, una legislazione che permetta di uscire dalla moneta unica”.
Cosa succederebbe all’Italia se optasse per il default volontario?
“Se facesse quello che ha fatto l’Islanda, un’uscita pilotata dall’euro, succederebbe che l’Italia dovrebbe garantire la metà del debito nazionale che è nelle mani degli italiani e delle banche italiane, cioè 2.850 miliardi di euro. Questo si può fare con una patrimoniale secca che colpisca con un 5 per cento su quell’1 per cento della popolazione, cioè quelle 70 famiglie che detengono da sole il 45 per cento della ricchezza nazionale. Basterebbe questo per garantire il debito interno. Dopodiché per quanto riguarda il debito esterno, quello che è in mano alle banche straniere, su quello bisognerà fare una ristrutturazione. Si rinegozia come è successo per esempio a Dubai. Io ti pago 45 centesimi per ogni euro e si stabilisce un programma di pagamento nei prossimi 5 o 6 anni e mano a mano si paga. Dopodiché l’uscita dall’euro permetterebbe di tornare alla lira che si svaluterebbe immediatamente dando una spinta alle esportazioni e più competitività”.
Perché allora tutto ciò non avviene?
“Perché è una decisione che deve essere presa di concerto con il resto dei paesi europei. Ma è difficile che avvenga perché se l’Italia decide di fare il default pilotato c’è il problema delle banche francesi che hanno una grandissima esposizione nei nostri confronti. L’uscita dell’Italia dall’euro senza un supporto da parte delle altre nazioni, per quanto riguarda le loro economie e le loro banche, potrebbe causare il crollo degli istituti di credito. Quindi la situazione è complessa, però non così complessa da non poter essere risolta. Serve un accordo a livello europeo, ma neanche se ne parla”.
Una questione lessicale: il “debito pubblico” adesso si chiama “debito sovrano”. E’ curioso che questo avvenga proprio quando gli Stati sono più in balia della speculazione dei mercati.
“Il fatto che gli Stati siano in balia dei mercati è una percezione sbagliata e di propaganda. I mercati hanno fatto il loro mestiere. Anzi in un certo senso i mercati sono stati spinti dagli Stati ad acquistare, almeno negli ultimi 12 mesi, i titoli del debito sovrano che non valgono nulla. E non parlo solo dei titoli italiani, ma anche degli altri, vedi i titoli francesi: rendimenti pari a zero. Quindi c’è una sorta di accordo degli Stati con le banche, secondo cui tu compri i miei titoli anche se guadagni zero ed io prometto che ti proteggerò dal crollo dell’euro. Cioè esiste una condizione di mutua convenienza però relativa a una tragedia. Quindi io non direi che la colpa è dei mercati e degli speculatori.

E allora di chi è?
“Dei politici che hanno permesso la creazione di un sistema di questo tipo e loro stessi hanno abusato di questa situazione. Quindi oggi il cittadino dovrebbe essere indignato, come accade in Spagna, non con i banchieri ma con i politici”.
Nel suo libro scrive che “il malessere del modello occidentale è ormai una pandemia”. Dagli Indignados in avanti il “contagio” è inevitabile? 
“Sì. Per esempio si prenda una situazione tipo quella dell’Italia, che vende parti del Paese ai cinesi. E i cinesi mica vengono gratis. Il premier quindi vende invece di tassare quelle 70 famiglie che dovrebbero farsi carico della soluzione del problema: ecco questo dovrebbe far indignare la popolazione. Perché si parla della mia vita, della mia democrazia. Poi non è solo Berlusconi, chiariamolo questo. Tutti i Paesi europei vengono gestiti in questo modo. Tutti i politici europei oramai governano come se la democrazia fosse una loro impresa. Si dimenticano la voce del popolo. Noi siamo molto vicini ai fratelli africani, come scrivo nel libro. Loro si sono  ribellati a un malgoverno dittatoriale. Le nostre non sono forme di governo dittatoriali, però sono delle oligarchie quindi tutti ci indigneremo a poco a poco. E’ inevitabile”.
Eppure noi motivi per indignarci ne avremmo già abbastanza. Perché allora fino ad oggi Spagna, Israele, Gran Bretagna sì e Italia no?
“In Italia non c’è ancora la consapevolezza. Lo spagnolo negli ultimi dodici mesi ha progressivamente preso sempre più consapevolezza della situazione economica. E questo perché c’è stata una degenerazione della situazione economica: in Spagna siamo al 43 per cento della disoccupazione giovanile e inoltre gli spagnoli hanno un senso civico più attento del nostro. La vicinanza storica con il franchismo è importante: loro apprezzano di più la democrazia e ci credono di più, sono meno cinici. E capiscono anche che per mantenerla in piedi bisogna difenderla attraverso la voce della strada che è l’unica che il popolo ha. Ma oggi la crisi economica è arrivata anche in Italia e le misure di austerità che ha preso Zapatero le prenderà anche il nostro governo. Insomma, c’è un ritardo temporale relativo proprio alla consapevolezza”.
Settembre 2011

Fonte: Bastacasta