venerdì 20 dicembre 2013

A NATALE REGALA CONSAPEVOLEZZA!

In attesa che il sogno di un probabile nuovo libro ” Italia la principessa sullo spread ” veda la luce alla fine del 2014, plasmato dagli avvenimenti che il prossimo anno vedranno in primo piano il nostro Paese, a Natale un ottima occasione per regalare ad un amico “Viaggio attraverso la tempesta perfetta” il mio e Vostro libro oltre 4000 copie vendute, si perché senza di Voi questo viaggio non sarebbe mai stato possibile.
Oggi un libro più attuale che mai per comprendere quanto sta accadendo nell’inferno della finanza mondiale, nella vita quotidiana! Molte delle cose di cui abbiamo parlato si stanno verificando. Vorrei ringraziarVi ancora tutti quanti per il lavoro di diffusione e condivisione fatto nello spazio di un istante, un’onda umana di stima e amicizia che ci ha accompagnati in questi mesi registrando un risultato incredibile.
E’ grande la mia soddisfazione soprattutto per i rimandi giunti in particolar modo dalle giovani e future generazioni e dai “non addetti ai lavori“, segno che il messaggio e la nostra tensione alla semplificazione sono giunti a destinazione. Per me e per il mio editore era importante riuscire a semplificare un argomento, una materia, troppo spesso lontana dalla gente, che gli esperti amano circondare di un alone misterioso ed esoterico, trattandola talvolta in modo solenne, al punto tale che non sono ammessi ne ironia, ne umorismo.
E’ stato scritto che “Viaggio attraverso la tempesta perfetta” è una combinazione di saggio economico, un genere letterario tra lo scritto polemico e quello satirico, un racconto, una sorta di romanzo divulgativo.
Quello che è importante è che il vento della Consapevolezza e un messaggio alternativo possano accompagnare il lettore attraverso la genesi della madre di tutte le crisi, la più grande crisi economico/finanziaria della storia.
Di seguito, per coloro che fossero interessati, sono disponibili alcuni pezzi inediti e l’indice del libro. Per ordinarlo è sufficiente cliccare sul banner in cima al sito o QUI , seguendo le istruzioni.
 
 INDICE
Premessa «La verità è figlia del tempo» 7 parte prima HISTORIA MAGISTRAE VITAECapitolo I Il battito d’ali di una farfalla 17 Capitolo II Il fiore della follia 25 Capitolo III L’azzardo del Mississippi 31 Capitolo IV La crisi dei Mari del Sud 39 Capitolo V 1929… il grande crollo 49 Capitolo VI Il decennio perduto 61 parte seconda LA TEMPESTA PERFETTA Capitolo VII La mano di Dio 71 Capitolo VIII Dinamica di una crisi 79 Capitolo IX Subprime: il paese dei balocchi 85 Capitolo X I geni della lampada: Greenspan & Bernanke 93 Capitolo XI La favola subprime e la lampada magica della cartolarizzazione 101 6 Capitolo XII Agenzia di rating delle mie brame, sono o non sono la più bella del reame? 105 Capitolo XIII Subprime, solo la punta dell’iceberg: le centrali nucleari del rischio 111 Capitolo XIV Il pendolo della finanza 119 Capitolo XV Conti che tornano sempre (e comunque…): il modello mark to market 123 Capitolo XVI Private equity e hedge fund, meteore del rischio 129 Capitolo XVII Un mondo derivato, ovvero un mondo alla deriva 137 Capitolo XVIII La leggenda della leva finanziaria 147 Capitolo XIX Tra Scilla e Cariddi: inflazione e deflazione 153 Capitolo XX Esplorando gli abissi dell’animo umano 165 Conclusioni Un mare attraversato,
una nuova terra da coltivare 173 …Nell’atmosfera surreale di un oceano silente, dove la brezza leggera invitava a solcare le onde senza alcuna paura, senza alcun dubbio, era difficile ascoltare la voce del capitano. Una voce spesso controcorrente, di un uomo che sapeva girare la prua della sua nave controvento, invece di lasciarsi cullare dal dolce canto delle sirene di un sistema che assicuravabenessere in abbondanza a tutti, senza alcuna fatica. Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti, e per fortuna io lo sono! «La gente vede la follia nella mia colorata vivacità e non riesce a vedere la pazzia nella loro noiosa normalità» direbbe il Cappellaio Matto. I racconti del capitano erano incomprensibili per molti, le sue visioni al limite della realtà. Sembrava quasi che il suo realismo fosse la visione catastrofica di un mondo che, in fondo, in questi anni aveva prodotto le isole felici di un presunto benessere materiale collettivo. Non importava a nessuno se la crescita era stata raggiunta sulle fragili zattere dell’indebitamento insostenibile, sull’onda dello sfruttamento del lavoro dei Paesi emergenti, poveri e impoveriti, dentro la schiuma di una serie di onde e bolle pronte a deflagrare. Al di là dell’amara soddisfazione di essere stato uno dei pochissimi in Italia a prevedere e comprendere la madre di tutte le crisi, devo ammettere che la dinamica reale della tempesta perfetta si è spinta al di là di qualsiasi immaginazione.

È importante cercare di comprendere come questa crisi non sia semplicemente la nemesi del battito d’ali della farfalla dei mutui subprime, proveniente dall’America: squilibri ed eccessi arrivano da molto lontano, prima di concretizzarsi nell’ultimo respiro della follia immobiliare. La tempesta perfetta è piuttosto la nemesi dell’illusione della globalizzazione, delle merci e dei capitali innanzitutto, una globalizzazione che ha sì contribuito a diminuire la povertà materiale di milioni di persone, ma che ha aumentato le disuguaglianze, il deserto relazionale e la solitudine esistenziale nelle società occidentali. È la vendetta di un sistema fondato sul debito, un mondo di carta che annulla la realtà, esaltato solo dalla sua presunta onnipotenza. Un detto di sant’Agostino può essere applicato oggi alle dinamiche impazzite del debito e dei consumi: «Un’abitudine, se non contrastata, presto diventa una necessità».
Purtroppo quella che era un’abitudine è diventata una necessità, una droga, che quotidianamente le banche centrali continuano ad iniettare nell’economia… nel cervello di un gruppo di esaltati che ha sequestrato la vita sociale di intere comunità, attraverso la speculazione più becera e selvaggia, alimentando il più imponente trasferimento di ricchezza della storia, la più incredibile socializzazione delle perdite dalla notte dei tempi.

Tratto da : icebergfinanza

mercoledì 18 dicembre 2013

Dire "no" all'Euro non Basta

Dire "no" all'Euro non Basta
È sempre così, quando i guai sono visibili a occhio nudo, tutti diventano esperti e principi del foro. Era già successo con le crisi finanziarie: un minuto prima nessuno vedeva nulla, un minuto dopo Lehman Brothers tutti a pontificare. Tutti esperti. Lo stesso sta accadendo con l'euro e l'Europa. 

Fino a poco tempo fa chi osava criticare la moneta europea e l'edificio comunitario era un conservatore nella migliore delle definizione oppure era un idiota. Ora va dimoda il termine "populista". Lo usa il capo anzi il capissimo dello Stato, Napolitano, lo usa Letta e lo usano tutti quelli che preferiscono scalare le posizioni di potere (Renzi per esempio) e perciò flirtano con Draghi, Merkel, Barroso, Fondo monetario. Il cosiddetto populismo di oggi è invece la reazione dal basso ai fallimenti delle politiche di austerity prescritte dai trattati imposti da Bruxelles a una classe dirigente ignorante, miope e autoreferenziale.

 L'antieuropeismo dilagante è il secondo atto di una specie di "soddisfatti o rimborsati", è la risposta a voce alta di una cittadi-nanzamai coinvolta direttamente nei processi di costruzione europea. Non hanno voluto coinvolgere nessuno sull'euro? Beh, adesso si tengano quest'onda di ritorno. Viscerale fu l'ubriacatura eurista alla fine degli anni Novanta (anni in cui il sottoscritto già diceva che era una colossale cretinata), viscerale è adesso ilrigetto. Conia differenza che se in quegli anni la pancia era piena, adesso la pancia brontola di brutto se non addirittura è vuota. Di questo nuovo sentimento si stanno accorgendo i partiti. 

L'esperienza di Mario Monti inse- gna. Il professore bocconiano in un anno è stato polverizzato; da uomo della provvidenza e della credibilità, osannato dai giornalo -ni dai mercati e da tutti, ora è un ingombrante senatore a vita. Un inutile generale senza esercito. Gli sta bene. Questo capita a chi si mette al servizio delle tecnocrazie. Se ne stanno accorgendo anche Enrico Letta e, di più, Giorgio Napolitano il cui consenso è assai basso. Insomma fuori dal fanatismo eurista (ancora puntellato a dovere) c'è uno spazio politico ed elettorale. 

Lo sa bene Beppe Grillo. Sta provando a capirlo anche Matteo Salvini, il quale spera di beneficiare di questo mood per rilanciare una Lega a corto di fiato. Ovviamente la questione "euro" è maledettamente seria perché si connette al rilancio dell'economia reale. Dire no all'euro insomma non basta, occorre avere idee su come uscire e soprattutto sul che fare dopo. Nessuno lo dice. Ho sempre riconosciuto ai 5 Stelle il fatto di aver puntato sul tema già in campagna elettorale ma finora di gesti concreti, forti, politici, non ce ne sono stati.

 Galleggiano anch'essi sull'equivoco. Salvini non è dameno, anzi fa addirittura peggio visto che sento parlare di moneta padana giusto per complicare le cose (già è un casino uscire dall'euro figuriamoci battere la moneta padana!). Il nocciolo della questione che i partiti anti-euro non vogliono capire è legato al debito pubblico. Cosa intendono fare, in un momento di crisi profonda, con il debito pubblico? Lo vogliono espandere per stimolare la crescita o vogliono aggiustarlo pensando di cavalcare temi che, nel caso della Lega, sarebbero un boomerang vistala "mutandopoli" piemontese? Salvini, per salvare il compagno di partito Roberto Cota, se l'è presa coi giornalisti (sai che novità...) e con quelli che vorrebbero il male delmovimento dimenticando che i primi ad avere inguaiato la Lega sono gli stessi dirigenti leghisti, i quali avrebbero potuto e dovuto incidere davvero nella struttura di uno Stato che pur hanno gestito daposizioni di comando. L'asse con Tremonti non ha fatto nulla di buono per quel popolo di piccoli imprenditori che pure si era illuso di poter cambiare l'Italia votando Lega.

 Calderoli ha costruito un federalismo che ha cominciato a impoverire le periferie. Basta chiedere ai sindaci col fazzoletto verde. Lo ricordo benissimo Flavio Tosi quando si lamentava del federalismo inutile studiato dall'allora ministro berga- masco. Ora Salvini pensa di cavalcare l'avversione verso l'euro per ridare smalto e velocità al Carroccio. Buona fortuna, ma stavolta gli slogan non bastano. Gli slogan danno slancio all'inizio di un'avventura, non alla fine. Alla fine di solito si presenta il conto. Maastricht fu l'origine dei mali.

 Il trattato di Lisbona il passo di non ritorno. Ameno di unarivolu-zione politica che però - ripeto - non può lasciare come accessorio il tema del debito pubblico. La follia eurista (voluta dai circuiti finanziari che contano) è proprio quella di comprimere il debito pubblico per aumentare l'indebitamento privato. È quello che è successo. I dati fallimentari di oggi su lavoro e impresa sono il risultato di un processo studiato a tavolino e realizzato con la complicità o di politici conniventi o di politici ignoranti. L'aver sottratto sovranità monetaria ha annullato la capacità di manovra politica, tanto che da anni siamo alle prese con leggi di stabilità ragionieristiche.

 Non c'è margine di sviluppo! Affermare che l'euro è un crimine lo abbiamo già fatto prima di Salvini noi in tivù, lo ha fatto Paolo Barnard (in rete c'è il suo libro II più grande crimine) che però aggiunge anche delle proposte di macroeconomia. Gli slogan sono finiti. I movimenti no euro mettano fuori la testa, si presentino con delle proposte economiche per dare oggi le risposte che avrebbero dovuto dare ieri. Altrimenti lascino perdere

Tratto da : liberiamoci

lunedì 16 dicembre 2013

ITALIA… SMOKIN’ GUNS

Dopo che il Fondo Monetario Internazionale e la Comunità Europea hanno ammesso nel silenzio più assoluto dei media italiani ed europei, il fallimento delle loro politiche economiche e dell’austerità espansiva, ora dopo aver suggerito una patrimoniale del 10 % su tutti i conti correnti per risolvere la crisi europea, (Idea balzana perabbattere debito ipotesi prelievo forzoso …) il FMI suggerisce di aumentare la tassazione sino al 71 %in America per ottimizzare la riduzione del debito …Romain Hatchuel: The Coming Global Wealth Tax – WSJ.com
Mentre le geniali menti dei sicari dell’economia concepiscono patrimoniali e tassazioni indiscriminate per risolvere il fallimento pressoche totale del neoliberismo e delle politiche economiche dello stesso IMF l’articolo si conclude con l’assunto che …da New York a Londra, Parigi e oltre, potenti attori economici stanno decidendo che a fronte di un sempre maggiore deterioramento delle prospettive di bilancio globale, i livelli e i metodi di tassazione tradizionali non saranno più sufficienti. Questo rende le armi di distruzione di massa della ricchezza come il suggerimento del FMI, la confisca dei depositi bancari in stile Cipro o un default sovrano sempre più probabile, giorno, dopo giorno.
Ma noi facciamo un passo indietro e in tre o quattro articoli cerchiamo di condensare in maniera sintetica le smoking guns che hanno originato questa terribile depressione europea, senza dimenticare le colpe della politica e della plutocrazia del nostro Paese, spesso e volentieri assecondate da un popolo compiacente!
Mi raccomando, se approdate per la prima volta al porto di Icebergfinanza, perdete un pò del Vostro tempo per comprendere quello che molti, media istituzionali in primis, non vi racconteranno mai!
Partiamo dalle origini di questa crisi, dalla sua fonte ideologica, nessun complotto sia chiaro solo un sistema di cui in molti consapevolmente e inconsapevolmente ne facevano parte, senza dimenticare che

IL GRANDE COMPLOTTO!

E’ affascinante osservare tra i vari protagonisti dell’informazione nazionale coloro che quotidianamente sono preposti sia in rete che soprattutto sui media e sulla televisione a dirigere l’opinione pubblica in una certa direzione, quella che fa comodo al loro conflitto di interesse e non solo alla propria ideologia. Il grande gomblottoooooo …dell’immaginazione! Seguitemi perchè vi porterò la dove …
Era l’ormai lontano 16 agosto 2011, quando in piena crisi Italia, uno sconosciuto bloggers qualunque metteva in guardia dalle manipolazioni mediatiche sulla reale situazione italiana, spiegando quello che in realtà stava accadendo con decine e decine di post la cui sintesi è condensata in …

DATEMI UNA LEVA EVI DISTRUGGERO’ IL MONDO …

Come ho scritto più volte nel mio libro non vi è crisi economico/finanziaria del passato che non sia passata attraverso un’orgia del debito, attraverso un eccesso di leva finanziaria. Orgia del debito che i nostri governi non hanno disdegnato per le loro illusioni politiche ma che per fortuna non è stata perpetrata dalle famiglie. Non fu forse il debito ereditato e perpetrato dal Re “Desiderato” Luigi XVI di Borbone a scaturire la scintilla che fece deflagrare la rivoluzione francese?
E ancora una sintesi superconcentrata… in attesa che il sogno di un nuovo libro possa diventare realtà. Ricordo a tutti che Icebergfinanza non ha nessuna intenzione di influenzare nessuno, ma ogni situazione o dinamica condivisa è facilmente rintracciabile, le sue fonti spesso e volentieri mainstream ed istituzionali sono da sette   anni garanzia che il lettore può tranquillamente verificare l’attendibilità o meno delle notizie ed analisi pubblicate. Quello che non è possibile cambiare è ovviamente la soggettività delle conclusioni.

Questo fine settimana riproponiamo una sintesi degli articoli più letti e significativi articoli fondamentali per comprendere ciò che è accaduto e sta accadendo al nostro Paese una nuova sintesi inedita!

Tratto da : icebergfinanza

mercoledì 11 dicembre 2013

Verso la Bancarotta: BUM, Salta anche Banca Popolare Etruria e Lazio

Schermata 2013 12 10 alle 12.15.45 650x522 Verso la Bancarotta: BUM, Salta anche Banca Popolare Etruria e Lazio
Preghiamo:
Banca Popolare di Sploeto, preghiamo per te
Banco Monte dei Pacchi, preghiamo per te
Banca delle Marche, preghiamo per te
Banca Carige, preghiamo per te
Banco Emiliano Romagnolo, preghiamo per te…
E ora venghino signore e signori, diamo il benvenuto a questa new entry non esattamente piccolissima:
da Reuters

Pop Etruria, Bankitalia rileva circa 1/3 crediti deteriorati – fonte

 MILANO, 10 dicembre (Reuters) – Banca d’Italia, al termine dell’ispezione di Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio conclusasi il 6 settembre scorso, ha rilevato circa un terzo di crediti deteriorati.
E’ quanto riferisce una fonte vicina alla banca, aggiungendo che la situazione “è molto seria”.
Banca Etruria e Bankitalia non hanno commentato.
Ieri la banca toscana aveva fatto sapere che, dalle conclusioni di Via Nazionale comunicate il 5 dicembre, “i rilievi mossi hanno fatto emergere dei profili di particolare attenzione che verranno analizzati entro la corrente settimana dal consiglio di amministrazione, al fine di definire le azioni in attuazione delle indicazioni ricevute dall’Autorità di Vigilanza stessa”.
Il titolo Banca Etruria ha avviato le contrattazioni in calo e, intorno alle ore 9,15, cede circa tre punti percentuali a 0,58 euro.
Ora, dovete sapere che Banca Popolare di Spoleto / Banca Popolare Etruria e Lazio / Banca delle Marche operano e si fanno concorrenza più o meno sullo stesso territorio, spesso vado in vacanza in Umbria/Marche e li ogni cavolo di paese ha i suoi sportelli di ordinanza di queste 3 banche.
Ma complimenti per il “sistema”. Filotto!
Ad ogni modo se il 33% dei crediti erogati dalla Banca popolare Etruria e Lazio si fossero davvero rivelati deteriorati, la Banca è semplicemente MORTA, uno Zombie che senza ricapitalizzazione (o azzeramento di debito e obbligazioni…. e…. shhhh) non può stare sul mercato.
Il titolo crolla in borsa e vorrei vedere il contrario.
SU RC lo diciamo da tempi non sospetti, l’Italia può saltare in aria per le sue banche fallite. E sono tante, fate caso che per ogni ispezione di banca d’Italia si “scopre” che i crediti dati per buoni sono crediti come minimo in sofferenza, se non inesigibili, E scommetto i miei 2 cent che nei prossimi giorni verrà fuori che anche la Popolare Etruria e Lazio ha fatto prestiti ad amici falliti.
 p.s. e poi non dite che RC non è stato “profetico”:
Schermata 2013 11 25 alle 16.21.18 11 Verso la Bancarotta: BUM, Salta anche Banca Popolare Etruria e Lazio

Una altra banca in zona rossa…. che pufffffff (applausi, applausi… no dico applausi a me). E voi soldi da quelle parti?

Tratto da : rischiocalcolato

lunedì 9 dicembre 2013

Una politica per crescere: catturare la domanda globale

Quando si pone il problema delle politiche dell’offerta lo si fa solitamente per riproporre ricette di politica economica che invocano il contenimento del costo del lavoro e la riduzione della spesa pubblica. Si è in altri termini posseduti da una versione moderna della Treasury view sposata incautamente da Winston Churchill nel 1929. Eppure progettare politiche dell’offerta è un compito troppo serio per essere lasciato ad una visione (e cultura) economica miope, sebbene dominante. Questa visione tollera la vulgata in cui “riduzione della spesa” è diventata  sinonimo di riduzione degli sprechi e che il senso di “contenimento del costo del lavoro” sia quello rassicurante di riduzione del cuneo fiscale, invece che del salario. La stessa visione tollera che, quando quelle ricette per la crescita sono poste in discussione da fondate obiezioni teoriche, si risponda che si tratta di  ricette necessarie anche se non sufficienti: quindi esse diventano inattaccabili, perché la loro (in)efficacia non potrà mai essere confutate dall’evidenza empirica. Intanto – si dice – sono ricette che vanno attuate, in attesa che si realizzino quelle sufficienti. Proveremo qui di seguito ad affrontare questo muro di gomma da un punto di vista Post-Keynesiano adattato a un’economia globalizzata. L’adattamento riguarda il lato dell’offerta, la teoria degli scambi internazionali e la traduzione della domanda effettiva da globale in nazionale.
Uno dei problemi economici che affliggono oggi l’Italia consiste nella morsa che costringe le performance commerciali delle sue imprese[1] e che induce molte di esse a delocalizzare. I libri di testo presentano il funzionamento del commercio internazionale ricorrendo al modello ricardiano dei costi comparati: si descrivono due economie, ciascuna delle quali, prima del commercio, è dotata di una frontiera delle possibilità di produzione a cui corrisponde un costo-opportunità fra due merci. Una data offerta di lavoro nazionale pienamente occupata, insieme alle condizioni tecniche, è determinante esogena della stessa frontiera[2]. Date queste ipotesi un Paese tenderà a specializzarsi nella produzione del bene su cui ha un vantaggio comparato (cioè la cui produzione ha un costo opportunità, in termini di altri beni, minore che negli altri paesi). Tuttavia, nella situazione che caratterizza oggi il commercio interno all’Eurozona (e più in generale nell’attuale contesto di globalizzazione) il principio dei costi comparati non costituisce un adeguato supporto teorico per l’analisi delle conseguenze degli scambi internazionali[3]. Occorre invece prestare attenzione a due circostanze: 1) La produzione e l’occupazione di ciascuna economia nazionale non sono determinate da una data offerta di lavoro nazionale, ma dalla domanda effettiva mondiale e sono ammessi equilibri di disoccupazione involontaria; 2) Non solo i beni capitali sono oggetto di libero commercio internazionale, ma anche il capitale - nel senso di capitale finanziario e di investimenti diretti - è mobile fra i Paesi. Consideriamo due economie che costituiscono un’economia in un certo senso globale. Esse possono produrre macchine e abbigliamento; entrambe le industrie impiegano lavoro e macchine come mezzi di produzione. Se l’integrazione fra le due economie fosse caratterizzata da una moneta unica, dal libero scambio dei prodotti, dalla mobilità del capitale e anche dalla mobilità del lavoro fra le due aree, gli scambi fra le due economie equivarrebbero a quelli fra due regioni dello stesso Paese. In queste circostanze l’esistenza di un vantaggio assoluto prevarrebbe sui vantaggi comparati (ammesso che questi si possano ancora definire). Quindi è possibile un equilibrio con una completa concentrazione della produzione in una sola area. L’area più debole si “svuoterebbe” come entità produttiva.
Per semplificare continuiamo ad affrontare il tema della domanda effettiva globale con riferimento all’Eurozona, assunta come economia globale al suo interno e dotata di una moneta unica, ma chiusa all’esterno. Quindi possiamo continuare a trascurare problemi di bilance dei pagamenti e mercati dei cambi. Non possiamo però estendere tutte le assunzioni da cui deriva  la  conclusione valida per quella economia regionale al sistema Nord Europa contrapposto ai cosiddetti  PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) dei nostri tempi. L’economia dell’Euroarea che si osserva nella realtà  non è integrata per quanto concerne la forza lavoro e dobbiamo tenerne conto ai fini dell’argomentazione. Supponiamo che prima e dopo l’apertura degli scambi sia la domanda effettiva a determinare equilibri di disoccupazione. Sappiamo allora che nel modello teorico la concorrenza tende a condurre ad una scelta delle tecniche che minimizza i costi di produzione e massimizza il saggio uniforme di interesse (profitto) per dati saggi di salario reale nelle due aree. È possibile che la stessa scelta implichi l’attivazione di entrambe le industrie in una sola area. In questo caso si deve ammettere che prevalgano i vantaggi assoluti[4]: se il Nord Europa possiede un vantaggio assoluto nella produzione sia di macchine che di abbigliamento, allora i PIIGS rappresenteranno un’economia non competitiva come un tutto. Un risultato questo che coincide con quello ammissibile in condizioni di completa integrazione delle economie, ma compatibile con ipotesi diverse riguardo la mobilità della forza lavoro. Se non esistessero barriere – psicologiche, istituzionali o discriminazioni razziali – alle migrazioni e alle assunzioni di lavoratori non nazionali, il lavoro di PIIGS potrebbe spostarsi facilmente nel Nord Europa. Invece quei suddetti ostacoli alla mobilità del lavoro fra le due aree esistono e persistono. In tal caso l’aumento di occupazione nel Nord Europa si risolverebbe in un aumento di occupazione dei lavoratori di questa area.
E’ probabile che all’interno di un’economia integrata dal punto di vista del commercio di merci e dei movimenti di capitale, come l’Euroarea, qualche Paese si stia avvicinando alla soglia degli svantaggi assoluti e ciò sarebbe  rivelato  da una sua crescente deindustrializzazione e perfino deterziarizzazione. Per poter riattivare la propria crescita un tale Paese dovrebbe  conservare o acquistare un vantaggio assoluto in qualche linea di produzione in presenza di una domanda aggregata sovranazionale in espansione. Se ciò avvenisse, la specializzazione produttiva potrebbe apportare un maggiore tasso di crescita, a parità di saggi di salario e di consumo pro capite (o una combinazione di incrementi di questi saggi), lasciando tuttavia aperta una politica di redistribuzione del reddito. Ci chiediamo quali scelte politiche non protezionistiche lo consentirebbero. La scelta non è obbligata, come si tenta di far credere, per far sì che i costi assoluti di alcuni prodotti nazionali diminuiscano nei confronti di quelli dei propri partners commerciali europei ed extra-europei. E’ vero che non è più praticabile per un Paese dell’Eurozona la svalutazione della sua moneta nazionale come strumento per aumentare, per quanto  in modo effimero,  la competitività dei propri prodotti. E’ vero anche che finora si è con un certo cinismo  perseguita una politica per la competitività che è un  surrogato di una politica industriale. La scelta è stata dettata dalla presunzione che, una volta raggiunto il fondo di salari incomprimibili e prima di toccare il tetto di un progresso tecnico potenziale, per rendersi competitivo ad un paese rimane la via dell’adeguamento delle proprie norme sociali a quelle più “competitive”, sebbene meno “sociali”, di certi suoi concorrenti extra-europei. Temo che questa idea stia alla base dell’invocazione di riforme strutturali e di lotta alla burocrazia.
La competitività di prezzo e di prodotto per l’esportazione può invece aumentare non solo in virtù di riduzioni del costo del lavoro, di un abbassamento dei carichi fiscali e di innovazioni di processi e prodotti, ma anche come risultato di esternalità positive associate ad  investimenti pubblici.
Quindi una scelta meno cinica consisterebbe in una politica Keynesiana per la crescita e l’occupazione, che dovrebbe essere attuata, invertendo uno slogan adottato dallo stesso Keynes, senza buche da scavare e poi riempire, ma attraverso investimenti pubblici produttivi di quelle esternalità positive. Proviamo ad articolare questo slogan con riferimento ad uno scenario Europeo sufficientemente realistico per il prossimo futuro: ancora assenza di una politica fiscale europea con fini redistributivi fra le diverse aree, ma un coordinamento delle politiche fiscali con fini espansivi dal lato della domanda e associate ad un allentamento dei vincoli di bilancio per PIIGS.
Un sostegno alla domanda attraverso la spesa pubblica, se è  effettuato da un singolo Paese,  è sostegno alla domanda effettiva dell’economia globale; mentre un sostegno coordinato alla domanda aggregata dell’intera Eurozona può (e può non) essere un sostegno alla domanda per la produzione di un singolo paese.  Come si distribuisce tale domanda e la capacità produttiva fra le nazioni diventa allora cruciale ai fini di una politica per l’occupazione nazionale. La  precedente discussione sui vantaggi comparati contrapposti a quelli assoluti indica i fattori che determinano come si localizza o si delocalizza la maggior produzione indotta da quella maggiore domanda. In quale misura un sostegno alla domanda si traduce in sostegno alla domanda di prodotti italiani e quindi di occupazione nazionale, dipende dalla competitività nazionale vis-à-vis quella degli altri stati membri. Ciò vale sia nel breve periodo, dove la  domanda si distribuisce fra le produzioni nazionali con capacità produttive date; sia nel lungo periodo, dove la distribuzione della capacità produttiva fra aree Europee è variabile tramite investimenti e disinvestimenti di capitale produttivo. La competitività comparata a livello europeo dovrà essere analizzata per settori, essendo però consapevoli di un fatto: non vale più la garanzia che almeno qualche settore dell’economia italiana dovrà essere competitivo grazie al principio dei costi comparati. La competitività va invece mantenuta, creata e ricreata  continuamente e qui diventa essenziale una politica industriale che favorisca (ad esempio con programmi di ricerca e sviluppo innovativo) alcuni settori mirati invece di interventi a pioggia. Alla  fine il risultato da perseguire deve essere una maggiore competitività in termini di saggi di rendimento sui capitali transnazionali investiti in certi settori dell’economia italiana.  L’alternativa più radicale, che nel nostro Paese si tende erroneamente ad escludere a priori senza una qualsiasi discussione dei suoi costi e benefici non limitati al breve periodo, consisterebbe in restrizioni ai movimenti di capitale. Pare che tertium non datur per rilanciare l’economia Italiana, sapendo però che  l’attuazione di ciascuna delle due alternative contemplate richiederebbe uno Stato nazionale coeso.
Concludiamo tornando al tema più generale di queste note. Abbiamo sostenuto che in un’economia che è globale specialmente in virtù di liberi movimenti di capitale e si trova in condizioni di disoccupazione, eventuali politiche espansive della domanda coordinate a livello europeo dovrebbero essere sorrette da politiche industriali a livello nazionale dal lato dell’offerta. Tale affermazione  potrà apparire un’eresia dal punto di vista di un keynesismo naive, in quanto esso vi scorge un apparente cedimento ad una supply economics, ma abbiamo argomentato che così deve essere per un paese come l’Italia che non può o non vuole opporsi  alla mobilità dei capitali. In una copiosa letteratura contemporanea sulla crisi in atto si è ampiamente dibattuto sul valore numerico del moltiplicatore fiscale e si sono evidenziate certe asimmetrie tra  moltiplicatore  della spesa pubblica e demoltiplicatore della pressione fiscale; inoltre  una variabilità di esso nelle diverse fasi del ciclo economico. Il moltiplicatore fiscale, per poter essere uno strumento analitico utile per una politica della crescita di un’area nazionale, deve tuttavia possedere due requisiti, spesso trascurati in quella letteratura. Primo, deve essere riferito ad un’economia aperta non solo al commercio delle merci, ma anche ai movimenti di capitale e quindi ammettere possibili processi di delocalizzazione della produzione fra diverse aree nazionali. Secondo, deve essere formulato in termini di un orizzonte di tempo finito, ma sufficientemente lungo per poter tener conto degli effetti della composizione di un aumento della spesa pubblica. Un incremento di una sua componente – gli investimenti pubblici generatori di esternalità produttive – non si sottrae ad una fuoriuscita di reddito per importazioni ed eventualmente di capitali in cerca di maggiore redditività, ma implica tutt’altro che sprechi ai fini della crescita e della occupazione: in particolare può contribuire ad una riduzione, attraverso l’aumento del denominatore, del rapporto debito/PIL nel lungo periodo.
[1] Cfr. Lucarelli, S., Palma, D. e Romano, R., “Il sostegno agli investimenti in un’economia in ritardo tecnologico”, in questa rivista, 20 Novembre 2013.
[2] Per Ricardo, in realtà,  la piena occupazione scaturisce nel lungo periodo dall’adattamento della disponibilità di lavoro –variabile endogena - allo stato dell’ accumulazione di capitale, dati i saggi di salario reale.
[3] Cfr. Parrinello S. “The notion of national competitiveness in a global economy”, in Economic Theory and Economic ThoughtEssays in Honour of Ian Steedman, edited by Vint, Metcalfe, Kurz, Samuelson and Salvadori, Routledge, 2009. Dello stesso autore: “Un’infondata portata attribuita alla teoria ricardiana dei vantaggi comparati: un punto di vista postkeynesiano”, Accademia dei Lincei, 11-12 Marzo 2009.
[4] Già John Stuart Mill (Cfr. J. S. Mill, Essays on Some Unsettled Questions of Political Economy, Essay I: Of The Laws of Interchange Between Nations; And The Distribution of The Gains of Commerce Among The Countries of The Commercial World  1844, Edizione Italiana ISEDI , 1976, a cura di S. Parrinello) aveva spiegato che, nel caso in cui vale il principio  dei costi comparati, esiste un meccanismo per cui  i prezzi monetari si aggiustano  in modo che il vantaggio comparato di un Paese in una merce si manifesta come un minor prezzo monetario di offerta di essa. Preferisco non chiamare tale vantaggio monetario  “vantaggio assoluto” e riservare questo termine per indicare il caso in cui il costo di produzione di una merce in termini di qualsiasi bene scelto come standard di valore,  associato ad un metodo di produzione attivato in un Paese, è minore del minor costo di produzione della stessa merce all’estero. In condizioni di prezzi eguali ai costi di produzione, il concetto di vantaggio assoluto ha un significato indipendente dai prezzi monetari e dai cambi fra le  monete, caratteristica quest’ultima che non si pone tra  i paesi dell’Eurozona.
- See more at: http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/una-politica-per-crescere-catturare-la-domanda-globale/#.Uyhaqfl5PEk

Tratto da : economiaepolitica



sabato 7 dicembre 2013

I famosi "mercati"... hanno un nome (e spesso un cognome)

A cura di Alessandro Raffa per nocensura.com 

"I mercati" ... da alcuni anni non sentiamo parlare di altro; "i mercati", come se fossero un'entità astratta... in realtà, hanno UN NOME: per esempio, GOLDMAN SACHS, JP MORGAN, MORGAN STANLEY, CITIGROUP e altre banche che singolarmente hanno un bilancio superiore a diverse nazioni africane messe insieme; basti pensare che GOLDMAN SACHS investe ogni anno qualcosa come 10-12.000 MILIARDI, una cifra spaventosa!

Goldman Sachs ha alle sue dipendenze oltre 30.000 'advisor' che operano con l'unico scopo di generare profitti: senza guardare in faccia a niente e nessuno. Manager di "ultima generazione", quelli disposti a speculare sulle derrate alimentari e affamare l'Africa per chiudere il bilancio con uno "zero" in più. Lo stipendio di questi manager spazia da un minimo di 700.000$ ad alcune decine di milioni di dollari, in base ai premi che ricevono, che sono legati ai risultati (profitti) ottenuti.

Queste banche sono talmente potenti da riuscire a CONDIZIONARE, e quindi MANIPOLARE in base ai loro interessi, il mercato finanziario.

Alla fine del 2011, poco prima che ci calassero dall'alto Mario Monti, Goldman Sachs si liberò dei titoli di stato italiani che aveva nel portafoglio: una massiccia e improvvisa vendita che causò l'aumento vertiginoso dello spread, che arrivò a toccare quota 500 (costringendo l'Italia a pagare un tasso di interesse superiore al 6% a chi investe nei titoli di stato italiani)

Questa operazione, mirata a destabilizzare l'Italia - e che portò al governo Mario Monti - fu agevolata dalle "agenzie di rating", che secondo la procura di Trani, che ha aperto un'inchiesta, danneggiarono deliberatamente l'Italia: ovvero considerarono i nostri titoli di stato più rischiosi di quanto lo fossero realmente, contribuendo all'aumento dello spread.

Maggiore è il "rischio insolvenza" di una nazione, maggiore è il tasso di interesse da corrispondere a chi investe sui titoli di Stato

Da notare come Mario Monti abbia lavorato alle dipendenze sia di Goldman Sachs, che di alcune agenzie di rating, anche nel momento in cui queste hanno penalizzato l'Italia; in quel periodo Mario Monti stava collaborando con Moody's. Si è giustificato dichiarando che "non si occupava di rating", una giustificazione che certo non può essere ritenuta soddisfacente. 

LE UNICHE testate giornalistiche che all'epoca hanno affrontato la questione, sono "Libero" e "Il Giornale" (vedi: http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/1032375/Monti-lavorava-per-il-nemico-dell-Italia--Libero-lo-costringe-a-confessare.html) Queste due testate sono l'uniche che talvolta danno spazio ad articoli sull'eurotruffa, anche se marginalmente. Di questo dobbiamo dargliene atto, anche se poi quando parlano di Berlusconi scadono in un servilismo stucchevole, così come personalmente non posso condividere le opinioni espresse in materia di TAV (difendono l'inutile opera e criminalizzano il movimento di protesta) e dinnanzi agli abusi delle forze dell'ordine: casi come quello di Cucchi, Aldrovandi, etc. dove si dimostrano dalla parte dei carnefici in divisa e non delle vittime. 

La notizia è stata ignorata da tutte le altre testate, da "Il Fatto" a il "Corriere" passando per "Repubblica"; NESSUNO ha evidenziato e informato l'opinione pubblica di questi GRAVISSIMI fatti, cosa che si commenta da sola...

"Il Fatto" spesso affronta questioni scomode, riguardanti i politici, la "casta", le amministrazioni: MA DELLE QUESTIONI RIGUARDANTI IL SISTEMA MONETARIO e l'Europa non parla mai: anzi, ne assume le difese, come ha fatto Travaglio anche qualche settimana fa a "Servizio Pubblico", dove ha assunto le difese dell'euro e dell'Europa dalle sacrosante accuse rivolte dal prof. Alberto Bagnai. Secondo Travaglio la situazione di sfascio attuale sarebbe dovuta alla dilagante corruzione e alla malapolitica...

Di questi fatti ne abbiamo parlato a più riprese, ma vale la pena riproporli, visto che i mass media non ne parlano MAI.


Tratto da : nocensura

martedì 3 dicembre 2013

Verso la Bancarotta: ESPLODE (Ancora) il Fabbisogno dello Stato Italiano, L’Ineffabile Ministro delle Balle Spaziali. (94,3 MLD!!!)

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(Avanti così, Verso la Bancarotta)
Il Ministro delle Balle Spaziali ha appena comunicato che va tutto benone, infatti a Novembre 2013 il fabbisogno dello Stato Italiano è stato di  ”soli” 7,2 miliardi di euro, cioè circa 3 miliardi in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Ovviamente il Ministro si “dimentica” di ricordare a quanto è arrivato il fabbisogno cumulato nel 2013, rispetto a quanto era arrivato nei primi 11 mesi del 2012.
Lo ricordiamo noi:
Primi 11 mesi 2012: 62,6 mld
Primi 11 mesi 2013: 94,3 mld
Differenza: 31,7 mld!!!!!!
Signore e signori, della serie va tutto bene madama la marchesa, e grazie alla “Stabilità” di Letta, Saccomanni e Alfano (cioè Berlusconi), il settore Statale Italiano nell’anno di grazia 2013 in 11 mesi è riuscito a cumulare 94,3 mld di fabbisogno (Uscite-Entrate) facendo peggio per 31,7 mld rispetto al 2013.
Ma non c’è da preoccuparsi perchè il risultato è in linea con gli “obbiettivi previsti” (Da Saccomanni?!? hahahahaahaha E quali sarebbero?)
Infine gaudio e gioia perchè Dicembre per solito chiude con un consistente avanzo…. il che normalmente è vero.
Sempre che lavoratori autonomi e imprese quest’anno riusciranno (o vorranno) pagare il “dovuto” ovvero anticipi, IMU, saldi e rateizzazioni. Un uccellino mi ha detto che è improbabile.
Avanti così, sparando Balle Spaziali, Verso la Bancarotta.
Dal Mef

FABBISOGNO NOVEMBRE 7,2 MILIARDI. IN LINEA CON OBBIETTIVO DI FINE ANNO
Nel mese di novembre 2013 si è realizzato un fabbisogno del settore statale pari, in via provvisoria, a circa 7.200 milioni, che si confronta con il fabbisogno di 4.258 milioni del mese di novembre 2012.
Commento
Il confronto con lo stesso mese dell’anno precedente mostra un peggioramento pari a circa 3.000 milioni, ascrivibile in massima parte all’accelerazione dei prelievi delle amministrazione pubbliche per il pagamento dei debiti commerciali, nonché a maggiori interessi sul debito pubblico – già considerati nelle stime di competenza – e a minori introiti fiscali, che risentono sia  di effetti di calendario- a novembre un giorno in meno rispetto allo stesso periodo del 2012 -  e sia dell’annunciato slittamento delle scadenze relative all’autotassazione delle persone giuridiche.
L’andamento del fabbisogno e’ in linea con gli obiettivi previsti per fine anno tenuto conto che il mese di dicembre si chiude generalmente con un consistente avanzo.
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Roma, 02 dicembre 2013

Tratto da : rischiocalcolato