martedì 12 novembre 2013

L’Eurozona e’ destinata a Collassare

arliamo spesso di Crisi dell’Euro. Abbiamo sviscerato la questione squilibri in decine di post. Abbiamo anche accennato alla questione Democrazia in un paio di Post. Ora vorrei analizzare un aspetto a mio modo di vedere tutt’altro che secondario: il fatto che sostanzialmente l’Euro e’ governato da entita’ sostanzialmente IRRESPONSABILI.
Mi spiego meglio; chi sono gli attori che regolano e decidono le sorti dell’Eurozona:
a)      La Commissione Europea: e’ l’organo esecutivo e promotore del processo legislativo dell’Unione Europea. I membri sono nominati dagli stati. Propone norme che devono essere approvate dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione europea.
b)      Il Parlamento Europeo: eletto a scrutinio universale, ha una funzione di controllo e detiene il potere legislativo.
c)       ll Consiglio dell’Unione europea noto anche come Consiglio dei Ministri Europei, detiene – insieme col Parlamento Europeo – il potere legislativo. In sostanza  e’ composto da un rappresentante di ciascuno Stato membro a livello ministeriale.
d)      La Banca centrale europea e’ la Banca Centrale incaricata dell’attuazione della politica monetaria per i 17 paesi dell’Eurozona. Il suo capitale e’ sottoscritto per il 70% da Banche Centrali di paesi dell’eurozona, il 30% da paesi della UE non appartenenti all’area euro. Il Consiglio generale della BCE è composto dal presidente e dal vicepresidente della BCE e dai governatori delle BCN dei 27 paesi membri dell’UE.
 europa-disgregazione
Fermiamoci un momento, e poniamoci una domanda semplice semplice: ma tutta questa pletora burocratica, al di la’ del legittimo interesse a “perdurare”, a chi risponde?
I Membri della Commissione e del Consiglio rispondonono sostanzialmente agli Stati che li eleggono. Ma anche i membri del consiglio della BCE ed i membri del Parlamento sono sostanzialmente condizionati dagli stati che li esprimono. La BCE addirittura risponde al 30% a Stati dell’area Non Euro. Per dirla in breve: nessuno dei membri direttivi che decide il destino dell’Unione Europea e dell’Eurozona in particolare, risponde seriamente alla popolazione Europea nel suo complesso, ma tendono a rispondere essenzialmente agli Stati Nazionali.
In un Marasma di IRRESPONSABILITA’ come questo, sostanzialmente NESSUNO HA INTERESSE A FARE L’INTERESSE DELL’UNIONE EUROPEA NEL SUO INSIEME, E TUTTI HANNO IL SOSTANZIALE INTERESSE DI “PERPETUARE SE’ STESSI” E DI “MASSIMIZZARE GLI INTERESSI DEGLI STATI DA CUI PROVENGONO”.

Abbiamo contestato l’Euro dal punto di vista economico, ma appare del tutto assurdo che l’Euro non sono solo non abbia alle spalle una costruzione Democratica, ma l’architettura di fondo e’ anche basata sull’Irresponsabilita’: nessuno risponde al Popolo Europeo o dell’Eurozona nel suo insieme.
 Ora, andando al sodo, alla fine, nell’Unione Europea e nell’Eurozona, chi sostanzialmente “conta qualcosa” sono i “governi degli stati nazionali”. Il punto e’ che i governi degli Stati hanno tra loro interessi ed obiettivi completamente divergenti tra loro: costoro rispondono agli elettorati delle proprie nazioni, e non ai cittadini di altre nazioni, per cui l’obiettivo fondamentale e’ quello di massimizzare gli interessi nazionali.
Un meccanismo di questo tipo, per definizione tende alla BUROCRATIZZAZIONE ed all’IMMOBILISMO.  Di fronte ad interessi fortemente divergenti, la decisione piu’ ovvia e ricorrente e’ quella di non decidere. Quando poi viene deciso qualcosa (generalmente in ritardo), sostanzialmentemente la Decisione e’ connessa ad un accordo (generalmente al ribasso) tra i governi di 2 nazioni ben precise: Francia e Germania, che sono le 2 nazioni piu’ potenti ed influenti. Ovviamente, le poche volte che decisono qualcosa, lo fanno minimizzando i Danni a casa propria, e massimizzando i disastri altrove.
Tutto chiaro?
L’EURO non e’ solo un esperimento con risultati discutibili dal punto di vista economico, ma ha anche alle spalle una Costruzione Anti-Democratica e fortemente inefficente, che non puo’ per definizione rinnovare se’ stessa. L’Euro e’ l’antitesi della Liberta’, e l’Euro-zona ha grosse somiglianze con l’URSS, che metteva insieme Stati diversi tra loro, in cui pero’ alla fin fine uno era meno “diverso” degli altri (la Russia). Come per l’URSS, anche nell’Eurozona, vive una Burocrazia autoreferenziale e chi ha le leve del potere non risponde direttamente al Popolo nel suo complesso. Almeno nell’URSS un Leader esisteva, nell’Eurozona manco questo, e di fatto il gioco prevalente e’ darsi spintoni.
Come collasso’ l’URSS sotto il peso della sua follia, altrettanto collassera’ l’attuale costruzione Europea, perche’ entrambe hanno 3 limiti:
-          Sono per loro natura “immobili” ed incapaci a rinnovarsi
-          Sono contrarie ad ogni principio di Responsabilita’ e di Liberta’
-          Sono costruzioni artificiali prive di anima e di un collante duraturo, e soprattutto non c’e’ convenienza ai cittadini europei nel loro complesso allo stare insieme
Chi ha pensato l’Euro ha fatto un errore drammatico: ha accelerato il processo di integrazione della UE partendo dall’ultimo elemento che bisognava mettere in comune, la moneta. La Governance dell’Eurozona, come gia’ detto, e’ un mix tra l’URSS e la Repubblica di Bananas, incapace per definizione di riformarsi. L’integrazione dei sistemi fiscali, dei mercati del lavoro e delle strutture produttive, e la mancanza di un sistema di trasferimenti interno, necessariamente producono un sistema squilibrato destinato all’implosione.
La Storia ci dice chiaramente che gli esperimenti di “Costruzioni Sovrannazionali”, generalmente nel tempo Implodono, e la conseguenza e’ il ritorno agli Stati Nazione. Potrei citare l’URSS, la Yugoslavia, l’Austria-Ungheria o gli Imperi Coloniali, tutti alla fine irrimediabilmente collassati su se’ stessi. Esistono ovviamente rare eccezioni, come la Svizzera per esempio, che pero’ hanno sempre conservato gli elementi per non disgregarsi, in primis la Liberta’ e la convenienza nello stare insieme, elementi che mi sembrano stiano venendo a mancare nell’Eurozona. Se ci pensate bene, l’Eurozona non ha collanti di alcun genere, a parte l’Euro: niente principi in comune, niente politiche estere in comune, niente interessi economici in comune, e neppure in comune lingua, religione o quant’altro. Qualcuno pensa realmente che una costruzione di questo tipo, possa reggere nel lungo periodo?

sabato 9 novembre 2013

Critiche e lodi alla ragion d’essere dell’Europa: La Bce ci fa lo sconto, quali gli interessi, quali gli obiettivi?

Vi è mai capitato che un vostro parente, amico o conoscente avesse dei giramenti di testa? Probabilmente si. In quei casi tendenzialmente si opta, sul momento, per un bicchiere d’acqua o più spesso, per un bicchiere di acqua e zucchero. Se la persona non ha nulla nel giro di pochi minuti tutto è passato. Se la persona soffre un pochino di pressione bassa in pochi minuti andrà un po’ meglio. Se, malauguratamente, la persona soffre di pressione alta avrete peggiorato, seppur non molto, la situazione.

Ieri la Banca Centrale Europea ha dato all’eurozona un bel bicchiere di acqua e zucchero (taglio del tasso di riferimento interbancario dallo 0,50% allo 0,25% con promessa di mantenimento a tale livello nel lungo periodo o addirittura un azzeramento dello stesso). L’eurozona soffre di pressione bassa (bassa crescita, stagnazione o recessione a seconda degli Stati Membri). L’effetto però è stato un lieve peggioramento (come il caso della persona con la pressione alta). Strano. Contestualmente i dati positivi sull’economia americana rilasciati dalla Federal Reserve (La Banca Centrale Statunitense) hanno, anziché provocare un effetto positivo come sarebbe lecito aspettarsi, intimorito gli investitori esteri (specie quelli europei) perché temono che le misura di acquisto titoli sul mercato aperto da parte della Fed atti a mantenere alta la liquidità di moneta e quindi a sostenere la domanda possano essere ridotti drasticamente, prima di quanto già annunciato nei mesi scorsi da parte dei vertici della Fed.
Ma cosa sta accadendo in realtà? Quando leggo qualcosa di argomenti che mi appassionano ma sui cui non ho competenze specifiche mi piace leggere qualcosa scritto da qualcuno che mi faccia capire le dinamiche fondamentali che ci sono dietro le sue argomentazioni. Proviamoci:
Perché il bicchiere di acqua e zucchero pare ci abbia fatto male? Ha sbagliato la Bce? C’è qualcosa che non va? O anzi, meglio, c’è qualcosa che va?
Ripromettendomi di dire la mia nel pezzo che state leggendo, ieri pomeriggio ho postato questi interrogativi sul mio profilo di uno dei noti social network. Un ragazzo, studente di economia, mi ha risposto: “l’economia reale è a pezzi. Ormai gli stimoli monetari sono inutili, ci salveranno solo le riforme strutturali eseguite con una efficace politica fiscale”. Quanta ragione c’è nelle parole di quel ragazzo? Molta, tanta, ma non è tutto e, soprattutto, una lettura attenta delle sue parole può forse aiutarci a comprendere la scelta effettuata dalla Banca Centrale Europea.
Che manchino competitività, infrastrutture, adeguamento della legislazione giuslavoristica e fiscale in molti Stati Membri è cosa nota e scritta più e più volte anche dal sottoscritto. I ragionamenti da fare dietro questa scelta di politica monetaria però sono forse di stampo più politico che tecnico. A parere di chi scrive non è un caso che esattamente il giorno dopo tale provvedimento si assista al taglio del rating della Francia da parte di Standard & Poor’s (una delle maggiori agenzie di rating, quelle che danno il bollino finanziario, quelle che danno un giudizio sul se e come sarai in grado di adempiere alle tue obbligazioni finanziarie.)
In che direzione spinge la Bce? E l’Unione Europea? E i singoli governi? E gli altri attori del sistema?
Quanti interrogativi.
Partiamo da lontano. Gli altri. Banalmente vogliono avere dei partner a livello mondiale con cui intrattenere valide relazioni commerciali e finanziarie. Sia chiaro, meglio che non siamo noi ad avere maggior potere contrattuale come è stato fino alla fine degli anni ’80 perché il dominio geopolitico del mondo si sta spostando ad est (ed è inevitabile) ma nelle condizioni in cui siamo il rischio di diventare un peso anche per la loro crescita va via via acuendosi.
Avviciniamoci. L’Unione Europea. La risposta più antipatica. Non c’è risposta. C’è la Germania che continua sulla politica del rigore non ostata dalla Gran Bretagna che ha una sua indipendenza e tendenza alla neutralità (oltre a non utilizzare l’euro come moneta). Gli altri “grandi” – o meno piccoli oserei dire – come Francia, Italia e Spagna chiedono invece politiche fiscali di tipo espansivo o dal lato della spesa o dal lato di una minore tassazione promettendo, ancora però in modo poco credibile e strutturato (e su questo fanno leva gli amici tedeschi) riforme strutturali. Gli altri a ruota seguono ora questo, ora quel paese per via di opportune considerazioni di stampo politico e/o finanziario. Il risultato è che all’interno della Commissione Europea, del Consiglio Europeo e dello stesso Parlamento gli orientamenti e le chiacchiere la facciano da padroni rispetto alle misure da intraprendere.
Parlando dell’Unione Europea ci siamo detti anche cosa pensano i singoli governi.
Lato prettamente finanziario: la BCE, cosa vuole la BCE. Non è facile decifrarlo. Una lettura teorica di più ampio respiro del provvedimento preso forse, il condizionale è d’obbligo perchè le scienze economiche sono la coniugazione di qualunque verbo al condizionale, può aiutarci a darne una lettura quantomeno più compiuta.
La BCE, è noto, non può aiutare il sistema economico stampando moneta; la BCE non può aiutare il sistema economico svalutando la sua valuta in modo diretto, la BCE non può intervenire sulla politica fiscale dei paesi perché non è di sua competenza né, tantomeno, può farlo l’Unione Europea che è zoppa nel suo tentativo di Unione Economica complessivo perché i paesi non hanno ceduto, se non in piccola parte, e meno male, la loro sovranità sul piano fiscale (spesa pubblica e tassazione). La BCE può fare solo due cose che impattino sulla moneta in circolazione (che serve per consumare ed investire) in modo indiretto: muovere il tasso di interesse (se lo alza si dovrebbe avere una contrazione di liquidità perché è più appetibile vincolare moneta, se lo abbassa si dovrebbe avere un aumento di liquidità perché conviene meno vincolare moneta e quindi averne di più a disposizione per consumi ed investimenti) oppure, in modo ancora più indiretto agire tramite le c.d. operazioni di mercato aperto acquistando titoli, soprattutto del debito pubblico, che tengano i tassi di interesse sotto controllo e facciano da stimolo a consumi ed investimenti.
Quest’ultima operazione, che può essere dal punto di vista tecnico applicata in diversi modi, non è spesso riguardata di buon occhio quando non è equidistribuita. Se la BCE, ad esempio, compra titolo del debito pubblico italiano per sostenere il fabbisogno statale Italiano gli altri paesi, come notoriamente accaduto, possono risentirsi per non avere lo stesso trattamento. Questo anche quando i fondamentali economici suggeriscano la correttezza di una misura simile. Il caso greco, ma anche quello italiano sono esemplificativi in tal senso.
Nell’immobilismo dal lato della politica fiscale descritto a livello europeo la BCE allora con questa misura sta forse cercando di fare da apripista ad una politica fiscale più espansiva? L’interrogativo è lecito. Non solo per quanto asserito teoricamente, quanto perché è vero che nelle condizioni strutturali dell’eurozona il taglio di un quarto di punto del tasso di riferimento interbancario poco effetto può avere. Potrete verificare quanto asserito andando sul sito di una qualsiasi banca, oppure su siti specializzati che mettono a confronto le operazioni di finanziamento a famiglie e PMI. Il costo dei mutui (per restare sulla forma tecnica di finanziamento più conosciuta) cambierà decisamente di poco e comunque non in modo significativo da rappresentare una spinta decisa all’economia. Questo perché la componente più importante del costo di un finanziamento non è più da anni il tasso di interesse nominale applicato ai prestiti ma il c.d. spread (chi ha un mutuo in essere sa di cosa parlo) ossia quanto la banca decide di far pagare di più rispetto all’interesse fissato per coprire tutti i vari rischi che si addensano attorno al finanziamento.
Il punto è che se i paesi decidessero veramente (seppure per un periodo non molto lungo altrimenti si che si avrebbero danni) di effettuare una politica fiscale veramente espansiva (che significa fregarsene del deficit al 3% e di un debito pubblico alto) si potrebbe avere il rischio, in assenza di tassi molto bassi (cosi come invece correttamente imposti, a parere di chi scrive, da parte della BCE) di un effetto positivo meno forte di quello che potrebbero avere. Infatti se il settore pubblico decide di spendere molto ad esempio creando posti di lavoro, facendo piani di manutenzione straordinaria delle infrastrutture, costruendo oper epubbliche utili alla competitività del paese ecc. ecc. si potrebbe avere come controeffetto un aumento di tassi dovuto ad un eccesso di moneta in circolazione annullando così in parte gli effetti benefici che questa misura permette di avere dall’economia reale a quella finanziaria. In economia questo fenomeno è noto come “effetto spiazzamento”. In parole più semplici se ci sono più soldi in circolazione si alza il tasso di interesse facendo riabbassare in parte la moneta in circolazione che sarebbe depositata e non investita.
Così, se il tasso di interesse viene portato a livelli molto bassi prima di fare una politica fiscale veramente espansiva il rischio dell’effetto spiazzamento viene ridotto ex ante. Questo è quello che ha fatto la BCE.
E’ il bicchiere di acqua e zucchero! Solo che noi la pressione la abbiamo bassissima! Quindi il bicchiere di acqua e zucchero non fa nulla. Anzi, se i mercati si aspettano, e questo è il caso, che dopo l’acqua e zucchero non ci sarà nessuna cura strutturale (la politica fiscale espansiva) addirittura la risposta, come è stato, sarà negativa. Stiamo male, altra metafora medica, perché ci hanno dato la tachipirina, perchè abbiamo finito la tachipirina e perché non si vede nessuno all’orizzonte che ci porti l’antibiotico per sconfiggere il batterio che ha causato la febbre. Che fine facciamo?
La BCE quel che poteva fare (poco, perché poco potere ha, quanto meno a livello operativo) lo ha fatto. Il suo segnale va interpretato in senso politico, non nei listini, né nelle reazioni a caldo.
Ora sta a noi. Investiamo: nel settore pubblico, per i nostri giovani, per le nostre PMI. Per il nostro futuro.
di Sandro Brunelli
Fonte : 2duerighe

venerdì 8 novembre 2013

Martin Wolf (Financial Times): La Germania è un peso per il mondo

Nel suo editoriale sul Financial Times Martin Wolf riprende le lamentele espresse dagli USA sulle politiche mercantiliste tedesche, osservando che la risposta stizzita di Berlino sta  a significare che gli USA hanno colpito nel segno: le critiche che ti fanno male sono quelle che in fondo sai essere giuste!
 
In realtà il Tesoro Americano, seguito poi anche dal FMI, ha espresso  soltanto quello che i partner della Germania sanno benissimo ma non osano dire, e cioè che la Germania con la sua aggressiva politica orientata sulle esportazioni ha ostacolato il riequilibrio nei conti con l’estero dei paesi periferici, creando una grave deflazione nell’area euro, e anche in tutta l’economia mondiale. La risposta tedesca è che il surplus nei conti con l’estero indica solo che la Germania contribuisce significativamente alla crescita globale, non solo attraverso le esportazioni, ma anche attraverso le importazioni delle componenti dei prodotti finiti. 
I punti salienti del commento di Martin Wolf:
 
I surplus di esportazioni non testimoniano solamente la competitività tedesca, ma anche un eccesso di produzione rispetto alla spesa.  I paesi in surplus importano la domanda che non generano internamente.
Quando la domanda globale è sostenuta, questo non è necessariamente un problema, a patto che il denaro preso in prestito dai paesi in deficit venga investito in attività che possano poi servire il debito contratto. A dire il vero, questo non si verifica spesso, in parte perché i paesi in deficit vengono spinti dalla disponibilità di prodotti a basso prezzo dai paesi in surplus verso investimenti in attività non commerciabili, cosa che non contribuisce a ripagare i debiti internazionali. 
Ma nelle condizioni attuali, con i tassi di interesse ufficiali di breve termine vicini allo zero e una cronica carenza di domanda in tutto il mondo, l’importazione di domanda da parte dei paesi in surplus è una politica di “beggar-my-neighbour” (frega il tuo vicino, ndt): non fa che esasperare la debolezza dell’economia globale.
Non può quindi sorprendere che nel secondo trimestre del 2013 il PIL dell’eurozona fosse inferiore del 3,1% al suo precedente picco pre-crisi e inferiore dell’1,1% a quello di 2 anni prima. L’economia tedesca, così virtuosa e credibile, sta sottraendo domanda globale, non la sta sostenendo. Non sorprende nemmeno che l’eurozona stia scivolando in deflazione: l’ultima misurazione dell’inflazione annuale “core” (depurata dei prodotti volatili come gli energetici, ndt) era dello 0,8%. Poiché la domanda è così debole, l’inflazione potrebbe benissimo scendere ancora. Questo non solo rischia di trascinare l’eurozona in una trappola deflattiva in stile giapponese, ma impedisce i necessari riallineamenti di competitività  all’interno dell’eurozona. I paesi colpiti dalla crisi vengono costretti ad accettare una brutale deflazione. Questo rende inevitabile un livello di disoccupazione stratosferico. Inoltre, fa aumentare il peso reale del debito (vedere i grafici).
 
 
Le politiche attuate nell’eurozona sotto dettatura tedesca dovevano certamente portare a questi risultati, a causa dell’austerità applicata a tappeto che ha causato un’enorme distruzione della domanda. In un recente paper scritto per la Commissione Europea, Jan In ‘t Veld sostiene che la politica fiscale restrittiva ha imposto perdite di produzione cumulateequivalenti al 18% del PIL annuale in Grecia, 9,7% in Spagna, 9,1% in Francia, 8,4% in Irlanda e perfino dell’8,1% in Germania, tra il 2011 e il 2013. Inevitabilmente, è impossibile per la politica monetaria, espansiva quanto si voglia, compensare una cosa del genere. Prima della crisi, il meccanismo poteva funzionare aumentando il credito a quelli che poi sono divenuti i paesi colpiti dalla crisi – prima di tutti, la Spagna. Oggi, questa situazione si verifica nel contesto di un settore bancario debole, livelli di debito eccessivi nei paesi colpiti dalla crisi e un’avversione al prestito da parte dei paesi creditori.Il modo più probabile in cui una politica monetaria aggressiva potrebbe essere efficace sarebbe di deprezzare il tasso di cambio dell’euro. Se, per esempio, la BCE iniziasse un programma su larga scala di quantitative easing, comprando i bond dei paesi membri in proporzione alla loro partecipazione alla banca centrale, verosimilmente causerebbe un ribasso delle quotazioni dell’euro. Ma un passo del genere non farebbe che esacerbare la tendenza dell’eurozona, pilotata dall’influenza tedesca, a imporre un riaggiustamento a spese del resto del mondo.
 
Con i paesi vulnerabili che abbattono i loro deficit esteri, mentre i principali paesi creditori rimangono in surplus, l’eurozona sta generando enormi surplus esteri: il salto da deficit a surplus viene stimato dall’FMI nel 3,3% del PIL dell’eurozona tra il 2008 e il 2015. Considerata la mancanza di domanda nell’eurozona, il salto dovrebbe necessariamente essere ancora maggiore, se per lo meno si vuol dare la possibilità ai paesi vulnerabili di ridurre la disoccupazione. Ciò si traduce in una politica di “beggar-my-neighbour” nei confronti del resto del mondo. Gli americani hanno tutti i diritti di lamentarsene, proprio come altri, in passato, hanno avuto il diritto di lamentarsi della mancanza di regolamentazione negli USA.
Comunque, sarà impossibile per l’eurozona raggiungere la prosperità sulla base di una crescita trainata solo dalle esportazioni: è una zona economicamente troppo grande per poterlo fare. Un contemporaneo riequilibrio interno è necessario.
Finora, come dimostra il World Economic Outlook di ottobre dell’FMIè stata la disoccupazione di massa che ha generato la competitività ed è stato il collasso della domanda interna a ridurre il deficit estero nei paesi colpiti dalla crisi. Perciò il successo dei riaggiustamenti non è che l’altra faccia della medaglia di un crollo dell’economia e di una disoccupazione dilagante.
 
Eppure, anche così, il FMI non prevede significative riduzioni nella posizione debitrice di questi paesi. La loro vulnerabilitàproseguirà.Perciò, cosa sta succedendo, in poche parole?
Le risposte sono: segnali striscianti di deflazione; disoccupazione di massa; insuccesso del riequilibrio interno ed eccessiva dipendenza dalla domanda estera. E tutto questo è considerato come accettabile, desiderabile, perfino eticamente giusto – anzi, un successo. Perché?
La spiegazione consiste in una serie di falsi miti: la crisi sarebbe stata causata dall’irresponsabilità fiscale, non da un irresponsabile flusso di crediti tra paesi dell’eurozona; la politica fiscale non avrebbe alcuna influenza sulla domandagli acquisti di bond governativi da parte della banca centrale sarebbero un passo decisivo verso l’iperinflazione; i surplus esteri sarebbero causati dalla competitività di un paese, non dall’equilibrio tra l’offerta e una domanda insufficiente.Questi miti non sono innocui – sia per l’eurozona che per il mondo intero. Al contrario, essi rischiano di intrappolare i paesi più deboli in una depressione semi-permanente o di portare, alla fine, a un crollo doloroso dell’unione monetaria stessa. In ogni caso, il progetto europeo sarebbe stato foriero non di prosperità, ma di povertà; non di collaborazione, ma di dolore. Questa, quindi, è una storia tragica.”

Fonte : scenarieconomici 

lunedì 4 novembre 2013

WSJ: Gli USA attaccano le politiche economiche della Germania

Il Wall Street Journal commenta la notizia del giorno. Il governo degli Stati Uniti finalmente rompe gli indugi e critica apertis verbis le politiche economiche della Germania, colpevoli di deprimere l'eurozona e ostacolare l'economia globale. (Qui i passaggi principali del report originale tradotti da scenarieconomici.it e qui il NYT che rincara la dose)

Ora che lo hanno detto loro, quanto  ci metteranno tutti gli altri ad accodarsi?

(Ma nel frattempo Berlino ha reagito (qui in italiano) definendo le critiche USA "incomprensibili"!...e il FMI ha già risposto scegliendo ovviamente da che parte stare, hat tip a @francelenzi)

di Ian Talley e Jeffrey Sparshott

aggiornato il 31 ottobre 2013, ore 4:15 am

Usando un linguaggio insolitamente tagliente, questo mercoledì gli Stati Uniti hanno apertamente criticato le politiche economiche della Germania e accusato la maggiore potenza dell'eurozona di deprimere i paesi vicini nonché il resto dell'economia mondiale.

Nel suo report semestrale sulle valute, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha identificato nel modello di crescita tedesco orientato alle esportazioni il maggiore reponsabile della debolezza della ripresa dell'insieme dei 17 paesi che hanno la moneta unica.

Tra i "punti chiave" del report, gli USA hanno menzionato la Germania  ancor prima del loro tradizionale bersaglio, la Cina, e prima dell'altro paese recentemente considerato tra quelli più problematici, il Giappone.

Gli stessi Stati Uniti sono alle prese con una crescita persistentemente debole e sono oggetto di lamentele da parte di alcuni paesi per i loro tentativi di revitalizzare un'economia stagnante, in particolare per le politiche di denaro facile praticate dalla Federal Reserve. Anche i leader della finanza hanno preso di mira gli USA per l'impatto economico globale delle dispute fiscali tra Casa Bianca e Congresso, in particolare per lo “shutdown” governativo e la lite sul tetto del debito.



Con l'ultimo report, il Dipartimento del Tesoro ha criticato le tre maggiori economie del mondo dopo gli USA per le loro politiche economiche.

Il focus sulla Germania rappresenta un netto cambiamento di registro nel rapporto tra l'amministrazione Obama e uno dei suoi più importanti alleati. Fin dalle prime fasi della crisi del debito nell'eurozona, nel 2010, i funzionari USA hanno spesso evitato di criticare pubblicamente la Germania, a causa del suo ruolo centrale nel mantenimento dell'eurozona. Il presidente Barack Obama e i suoi più importanti funzionari hanno lavorato con cura dietro le quinte per pungolare la Germania senza un'aperta contrapposizione.

Il report sulle valute arriva in un momento in cui i funzionari di Berlino e di Washington si stanno già scontrando su altri temi, tra cui le accuse di spionaggio rivolte agli USA. 

“Il ritmo anemico della domanda interna in Germania e la sua dipendenza dall'export hanno ostacolato il riequilibrio in un momento in cui molti altri paesi dell'area euro sono stati sottoposti a forti pressioni per ridurre la domanda interna e comprimere le importazioni allo scopo di favorire il riaggiustamento,” dice il Tesoro nella sua relazione. “Il risultato netto è stata una pressione deflazionistica sull'eurozona così come sull'economia globale.”

Un portavoce del Ministero delle Finanze tedesco ha affermato che le organizzazioni internazionali, inclusi il Fondo Monetario Internazionale, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e la Commissione Europea hanno recentemente valutato positivamente le politiche economiche della Germania. Il FMI non ha trovato distorsioni nelle politiche praticate, dice il portavoce. La forte domanda interna sta guidando la crescita in Germania, ha aggiunto.

Il FMI, tuttavia, ha sempre sollecitato la Germania ad incentivare la sua domanda interna, notando che il suo ampio surplus commerciale avveniva a spese dei suoi partner del sud.

Alcuni critici hanno considerato inefficaci le valutazioni del Tesoro, facendo notare il fatto che nessun importante partner commerciale è stato mai etichettato come manipolatore di valuta in quasi due decenni. Comunque gli USA hanno utilizzato il report come uno strumento diplomatico per cercare di influenzare le politiche commerciali ed economiche di altri paesi.

Le lamentele sul modello economico tedesco ventilate nel report sono ben note ed erano già state avanzate con discrezione dai funzionari USA negli scorsi anni. L'ultima sede in cui sono stati fatti tali commenti, comunque, è stata inusuale, trattandosi di un report che tipicamente si focalizza sulle valute piuttosto che in senso più generale sulle politiche economiche. 

L'euro, in effetti, si è rivalutato del 4% quest'anno a causa dell'accresciuta fiducia degli investitori nella ripresa dell'unione monetaria e dei segnali che la Federal Reserve continuerà le sue politiche di denaro straordinariamente facile. L'euro, che si posizionava a 1,3736 dollari alle 17 (ora di New York), è leggermente sceso dopo la pubblicazione del report del Tesoro nella serata di mercoledì.

Un euro forte può aiutare l'economia USA rendendo i prodotti americani più competitivi all'estero. Ma i funzionari USA sembrano più preoccupati delle politiche economiche tedesche che possono creare delle distorsioni a lungo termine nell'economia globale.

Poiché la Germania contribuisce a definire le politiche economiche del resto dell'eurozona, Washington vuole assicurarsi che l'eurozona non si affidi eccessivamente alle esportazioni – anziché alla domanda interna – per tirarsi fuori dalla depressione economica.

L'amministrazione Obama aveva alzato sensibilmente il livello delle critiche verso la Germania sin da aprile, quando era stato rilasciato l'ultimo report sulla valuta. A quel tempo, il Tesoro faceva ampiamente notare che la Germania e l'Olanda registravano grandi surplus commerciali e menzionava brevemente la caduta della domanda in Europa. Ora, il Tesoro fa esplicitamente notare che il surplus della Germania è tornato a superare quello della Cina.

Jacob Kirkegaard, un esperto dell'eurozona al Peterson Institute for International Economics, ha detto che il tempismo di queste critiche è molto probabilmente un tentativo di influenzare le politiche economiche in Germania nel momento in cui una nuova coalizione di governo si sta formando e sta discutendo il suo programma per diversi anni a venire.

La dipendenza dell'eurozona dalle esportazioni rende ancor più difficile per gli USA e per altri paesi affrontare i loro problemi economici. “L'area euro sta succhiando domanda dal resto del mondo anziché aumentarla, causando il declino della crescita nei mercati emergenti,” dice il signor Kirkegaard.

Ma a parte le critiche che arrivano dall'estero, i politici tedeschi stanno discutendo come incentivare gli investimenti pubblici e privati nel paese. Ma in Germania c'è comunque un ampio consenso sul fatto che i grandi surplus commerciali del paese siano segno di salute e di competitività.

Il report semestrale del Tesoro statunitense è progettato per assicurarsi che i maggiori partner commerciali non stiano manovrando le proprie valute per guadagnare margini di competitività sulle esportazioni USA minando l'economia americana. Tenendo basso il valore della propria moneta, un paese può rendere i propri prodotti manufatturieri più convenienti per il commercio internazionale.

Il Tesoro ha confermato le proprie preoccupazioni sulle politiche monetarie di Cina, Giappone e Corea del Sud. Ma non ha definito alcun paese come manipolatore della valuta.

Gli USA hanno ripetuto le loro critiche verso Pechino, dicendo che il governo cinese dovrebbe permettere ad uno yuan “decisamente sottovalutato” di apprezzarsi più rapidamente. Geng Shuang, un portavoce dell'ambasciata cinese a Washington, ha detto che “non c'è evidenza del fatto che la moneta cinese sia significativamente sottovalutata,” facendo notare che c'è stata una rivalutazione del 34% dello yuan sul dollaro dal 2005 ad oggi.

E nonostante il Tesoro affermi che il Giappone sembra aver rispettato i recenti accordi valutari internazionali, dice anche che continuerà a “monitorare da vicino” le politiche di Tokyo.

Il Tesoro ha inoltre esortato la Corea del Sud a limitare i suoi interventi sui mercati valutari.

 I rappresentati delle ambiasciate giapponese e coreana a Washington non hanno per ora replicato alle richieste.


venerdì 1 novembre 2013

Loretta Napoleoni: “L’Italia faccia come l’Islanda, scelga il ‘default pilotato’ ed esca dall’euro”

“Sa che potrebbe essere il giorno in cui la Grecia andrà in bancarotta?”. Curioso che il libro di Loretta Napoleoni, economista e consulente di terrorismo internazionale, compaia proprio oggi in libreria.

Un testo, Il contagio (edito da Rizzoli), che fotografa l’attuale situazione internazionale nella quale anche l’Italia di qui a poco potrebbe trovarsi – drammaticamente – ad essere protagonista. L’esigenza (leggasi l’urgenza) è quella di uscire dalla fase del “non ritorno”. Come? La soluzione c’è, dice Napoleoni: l’Italia, d’accordo con l’Europa, scelga il “default pilotato”. Il resto è puro accanimento terapeutico che rischia semplicemente di procrastinare una situazione rischiosa non solo per il nostro Paese ma per l’intera zona euro.
Professoressa, significa che l’Italia come altri Paesi cosiddetti “Piigs” dovrebbe fallire?
“Il problema dell’euro è che, a livello europeo, non esiste né un protocollo né una regola per l’uscita temporanea o permanente di uno Stato dalla moneta unica. Il che significa che la Grecia, ma anche gli altri paesi Piigs come l’Italia sono in balia dei sentimenti del mercato, per quanto riguarda il mantenimento del proprio debito. Significa che se i mercati, come sta succedendo con la Grecia, improvvisamente decidono che questi Stati non sono in grado di ripagare il debito, non c’è una regola su come uscire. Cioè, l’euro non può andare in bancarotta se la Grecia va in bancarotta. Ecco perché parlo di un default volontario pilotato e della creazione di una serie di regole che permettano ad alcuni paesi di uscire temporaneamente dall’euro per riprendersi economicamente, anche in termini di convergenza, tornando entro quei parametri necessari per starci dentro. Seguire insomma l’esempio dell’Islanda che ha fatto un default pilotato e volontariamente è uscita dal mercato dei capitali, ha cioè dichiarato il default e si è messa al lavoro per ripianare i debiti”.
Un caso che sembra rimanere isolato.
“Sì, infatti. Si pensi all’Argentina che è andata in default da un giorno all’altro perché i mercati hanno girato le spalle. L’Islanda però ha una situazione migliore dell’Italia perché non ha l’euro come moneta. E il problema è proprio questo. Nel senso: come usciamo dall’euro? Come possiamo staccarci senza creare un terremoto all’interno di tutta l’Europa? Barroso ha detto: mantenere l’euro è una lotta di sopravvivenza per tutti i Paesi. E ha ragione. Infatti nelle ultime tre settimane in Germania e anche in Olanda dentro le banche si lavora per produrre una proposta, una legislazione che permetta di uscire dalla moneta unica”.
Cosa succederebbe all’Italia se optasse per il default volontario?
“Se facesse quello che ha fatto l’Islanda, un’uscita pilotata dall’euro, succederebbe che l’Italia dovrebbe garantire la metà del debito nazionale che è nelle mani degli italiani e delle banche italiane, cioè 2.850 miliardi di euro. Questo si può fare con una patrimoniale secca che colpisca con un 5 per cento su quell’1 per cento della popolazione, cioè quelle 70 famiglie che detengono da sole il 45 per cento della ricchezza nazionale. Basterebbe questo per garantire il debito interno. Dopodiché per quanto riguarda il debito esterno, quello che è in mano alle banche straniere, su quello bisognerà fare una ristrutturazione. Si rinegozia come è successo per esempio a Dubai. Io ti pago 45 centesimi per ogni euro e si stabilisce un programma di pagamento nei prossimi 5 o 6 anni e mano a mano si paga. Dopodiché l’uscita dall’euro permetterebbe di tornare alla lira che si svaluterebbe immediatamente dando una spinta alle esportazioni e più competitività”.
Perché allora tutto ciò non avviene?
“Perché è una decisione che deve essere presa di concerto con il resto dei paesi europei. Ma è difficile che avvenga perché se l’Italia decide di fare il default pilotato c’è il problema delle banche francesi che hanno una grandissima esposizione nei nostri confronti. L’uscita dell’Italia dall’euro senza un supporto da parte delle altre nazioni, per quanto riguarda le loro economie e le loro banche, potrebbe causare il crollo degli istituti di credito. Quindi la situazione è complessa, però non così complessa da non poter essere risolta. Serve un accordo a livello europeo, ma neanche se ne parla”.
Una questione lessicale: il “debito pubblico” adesso si chiama “debito sovrano”. E’ curioso che questo avvenga proprio quando gli Stati sono più in balia della speculazione dei mercati.
“Il fatto che gli Stati siano in balia dei mercati è una percezione sbagliata e di propaganda. I mercati hanno fatto il loro mestiere. Anzi in un certo senso i mercati sono stati spinti dagli Stati ad acquistare, almeno negli ultimi 12 mesi, i titoli del debito sovrano che non valgono nulla. E non parlo solo dei titoli italiani, ma anche degli altri, vedi i titoli francesi: rendimenti pari a zero. Quindi c’è una sorta di accordo degli Stati con le banche, secondo cui tu compri i miei titoli anche se guadagni zero ed io prometto che ti proteggerò dal crollo dell’euro. Cioè esiste una condizione di mutua convenienza però relativa a una tragedia. Quindi io non direi che la colpa è dei mercati e degli speculatori.

E allora di chi è?
“Dei politici che hanno permesso la creazione di un sistema di questo tipo e loro stessi hanno abusato di questa situazione. Quindi oggi il cittadino dovrebbe essere indignato, come accade in Spagna, non con i banchieri ma con i politici”.
Nel suo libro scrive che “il malessere del modello occidentale è ormai una pandemia”. Dagli Indignados in avanti il “contagio” è inevitabile? 
“Sì. Per esempio si prenda una situazione tipo quella dell’Italia, che vende parti del Paese ai cinesi. E i cinesi mica vengono gratis. Il premier quindi vende invece di tassare quelle 70 famiglie che dovrebbero farsi carico della soluzione del problema: ecco questo dovrebbe far indignare la popolazione. Perché si parla della mia vita, della mia democrazia. Poi non è solo Berlusconi, chiariamolo questo. Tutti i Paesi europei vengono gestiti in questo modo. Tutti i politici europei oramai governano come se la democrazia fosse una loro impresa. Si dimenticano la voce del popolo. Noi siamo molto vicini ai fratelli africani, come scrivo nel libro. Loro si sono  ribellati a un malgoverno dittatoriale. Le nostre non sono forme di governo dittatoriali, però sono delle oligarchie quindi tutti ci indigneremo a poco a poco. E’ inevitabile”.
Eppure noi motivi per indignarci ne avremmo già abbastanza. Perché allora fino ad oggi Spagna, Israele, Gran Bretagna sì e Italia no?
“In Italia non c’è ancora la consapevolezza. Lo spagnolo negli ultimi dodici mesi ha progressivamente preso sempre più consapevolezza della situazione economica. E questo perché c’è stata una degenerazione della situazione economica: in Spagna siamo al 43 per cento della disoccupazione giovanile e inoltre gli spagnoli hanno un senso civico più attento del nostro. La vicinanza storica con il franchismo è importante: loro apprezzano di più la democrazia e ci credono di più, sono meno cinici. E capiscono anche che per mantenerla in piedi bisogna difenderla attraverso la voce della strada che è l’unica che il popolo ha. Ma oggi la crisi economica è arrivata anche in Italia e le misure di austerità che ha preso Zapatero le prenderà anche il nostro governo. Insomma, c’è un ritardo temporale relativo proprio alla consapevolezza”.
Settembre 2011

Fonte: Bastacasta

giovedì 31 ottobre 2013

EURO FORTE …EURO CRASH!

http://www.scenarieconomici.it/wp-content/uploads/2013/06/euro-crash.jpg
A beneficio di chi si affaccia per la prima volta in questo blog e crede ancora nella magia delle banche centrali, come amava ricordare con la sua sottile ironia, il grande J.K.Galbraith, …la perniciosa inutilità della   e i rischi che derivano dal fare affidamento su di essa sono oggi una realtà.
Dell ‘inutilità delle banche centrali, della loro incapacità abbiamo già parlato ma anche Milton Friedman non scherzava in questo senso…
“We don’t need a Fed,” Milton Friedman says, twirling a letter opener as he speaks. “I have, for many years, been in favor of replacing the Fed with a computer,” he adds. Each year, it “would print out a specified number of paper dollars” to augment the money supply. “Same number, month after month, week after week, year after year.”
…Noi non abbiamo bisogno di una Fed, per molti anni sono stato a favore della sostituzione della Fed con un computer…
“The Fed has had very few periods of relatively good performance,” he continues. “For most of its history, it’s been a loose cannon on the deck, and not a source of stability.”
La Fed ha avuto molti pochi periodi di relativa buona performance…per la maggior parte della sua storia è stata una mina vagante sul ponte e non un fattore di stabilità.
Vi ricordate l’armata brancaleone guidata da Trichet, quando nel 2008 all’inizio della recessione in pieno picco del prezzo del petrolio stoltamente aumentò i tassi di interesse per controllare la fantasia dell’, accelerando l’inizio della tempesta perfetta in Europa? Bce alza tassi di un quarto di punto Al 4,25%, il massimo da sei anni 
Un bambino tirando una monetina avrebbe fatto meglio di qualunque banchiere centrale in questa crisi, inflazione, ma quale inflazione, siamo all’interno dell’uragano “debt deflation” altro che inflazione!
Bene, siccome la storia non si ripete mai ma ama fare la rima ecco che dalla lampada delle banche centrali esce un altro genio…
“Non credo che un tasso negativo sui depositi sia realistico, e non mi pare realistica neanche la prospettiva di abbassare il tasso principale di politica monetaria”. A dirlo è Ewald Nowotny, consigliere della Banca centrale europea, che in un’intervista a market News International ha inoltre affermato che la politica dovrà abituarsi a convivere con un euro in apprezzamento. “Naturalmente non ne siamo contenti”, ma “non vedo alcuno strumento con cui contrastarlo”. (Milano Finanza)
Ahahahahah… non vedo alcun strumento per contrastare l’apprezzamento dell’euro! Ma fatemi un piacere, tornate a studiare coraggio!
Un pò di pazienza e nelle prossime settimane e nei prossimi mesi potrete osservare in diretta gli effetti di un euro forte, di un euro in apprezzamento mentre in America godono della svalutazione del dollaro…
Come riporta Zero Hedge SocieteGenerale si diletta a prevedere il PIL del terzo trimestre che a causadello shutdown verrà rilascio il 7 di novembre.
Qualche oca giuliva racconta che tutto ciò mettarà in crisi la Fed oggi nella sua riunione in quanto non dispone di tutti i dati macro. Ma Voi credete veramente che loro non sappiano già tutto quello che sta avvenendo.
 I dati ad oggi disponibili indicano che l’economia è cresciuta ad un tasso annualizzato del 2,3% nel 3 ° trimestre, cioè leggermente inferiore rispetto alla nostra previsione pubblicata del 3%. (leggermente inferiore …oh mamma ) Di seguito si riporta il dettaglio dei contributi alla crescita da parte di ogni settore. Mentre quasi tutti i settori dell’economia hanno mostrato un certo rallentamento rispetto al secondo trimestre, la domanda dei consumatori è la ragione principale per la nostra revisione, con il consumo reale cresciuto di appena 1,5% ( ieri addirittura sono scesce del 0,1 %…)  Inoltre stiamo rivedendo ribasso la nostra previsione per il quarto trimestre dal 3,6% al 3,0% per tenere conto degli effetti dello shutdown del governo e per l’effetto trascinamento di un terzo trimestre più debole.”
Sembra di essere alla vigilia della grande recessione del 2007, quando all’improvviso solo nella primavera del 2008 l’America si accorse di essere in recessione.
Chissà perchè via Zerfo Hedge sono tutti agitati …
JPMorganPimco, and now BlackRock, the world’s largest asset manager, all join the bubble warning chorus. From Bloomberg:
  • FINK SAYS IT’S “IMPERATIVE” THAT THE FED BEGIN TO TAPER
  • FINK CALLS MARKET `OVER-ZEALOUS’ 
  • FINK SAYS THERE ARE “REAL BUBBLE-LIKE MARKETS AGAIN”

… e Bill Gross di Pimco su Twitter Gross: All risk asset prices artificially high. When won’t they be? When they don’t produce growth in real economy. Is 2% GDP enough?
Tutto procede come da programma di navigazione, Machiavelli docet, oggi due sorprese possibili: a) nonostante i dati la Fed dichiara di voler incominciare il drenaggio della liquidità comunque a dicembre o b) addirittura come più volte sottolineato prospetterà che per combattere inutilmente la disoccupazione e il nuovo shutdown di gennaio/febbraio, aumenterà il QEinfinity, ovvero la liquidità!
Comunque vada sarà un fallimento, lo dice la storia e l’analisi empirica, ma loro non si arrendono gli conviene?
Nel frattempo l’uovo di Colombo, l’ ennesima conferma che abbiamo scelto la rotta giusta è in viaggio, per tutti coloro che hanno sostenuto o vorranno sostenere liberamente il nostro viaggio.

Fonte : icebergfinanza

Finanzieri e poteri forti finanziano Renzi


 100mila euro dal finanziere Davide Serra e dal manager di una multinazionale chimica, Guido Ghisolfi. A cui si aggiungono molti altri nomi più o meno noti, per un totale di 800mila euro versati per sostenere la campagna per le primarie del 'rottamatore'. E non mancano le curiosità.
Di Andrea Signorelli
Ricordate la polemica tra Matteo Renzi e Pierluigi Bersani in seguito alla cena organizzata dal finanziere Davide Serra per raccogliere fondi in favore della campagna elettorale del sindaco di Firenze? La cosa era stata utilizzata dal Partito Democratico per mettere in dubbio le credenziali di sinistra di Renzi, il quale aveva risposto che “con la finanza bisogna parlare”. Il nome di Davide Serra oggi rispunta fuori, perché in cima alla lista dei finanziatori della Fondazione Big Bang, che hanno donato soldi per la campagna di Matteo Renzi. Una lista pubblicata dallo stesso Renzi sul sito della fondazione, un atto di trasparenza promesso e comunque dovuto, a maggior ragione da parte di chi si è più volte detto favorevole all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (da notare, di sfuggita, che Beppe Grillo ancora non ha presentato la rendicontazione dei suoi, di finanziamenti). 

Insomma, la lista dei finanziatori di Matteo Renzi serve anche a capire come funzionerebbe la politica se davvero i rimborsi elettorali venissero aboliti. “Potranno far politica solo i paperoni come Berlusconi e Beppe Grillo”, aveva detto Pierluigi Bersani. Beh, Renzi un Paperone non è – anche se non se la passa male – ma molti dei suoi amici donatori invece appartengono alla categoria. Fin qui, niente di male. Ma leggere di ricchi imprenditori, manager e finanzieri che donano anche centomila euro a un politico per aiutarne la scalata non può non far sorgere una semplice domanda: “Cosa ci guadagnano?”. È, insomma, un impeto ideale a spingerli, o c’è dietro qualche interesse?
Al primo posto nella lista troviamo, appunto, il finanziere Davide Serra e la sua società Algebris, che ha donato 100mila euro assieme alla moglie Anna Barassi. La stessa cifra è stata versata anche da Guido Ghisolfi, manager della multinazionale italiana della chimica M&G. 25 mila euro ciascuno da parte Paolo Fresco (ex manager Fiat) e da sua moglie Marie Edmée Jacquelin in Fresco. E poi via via tutti gli altri, elencati sul sito della Fondazione Big Bang, per arrivare alla cifra totale di 814.502,23 euro. Ma quali possono essere le ragioni che spingono a dare tutti questi soldi alla campagna elettorale di un politico in ascesa? Viene da pensare che tra i manager e i finanzieri italiani ci siano persone che non si sentono rappresentate dal centrodestra, ma che fanno fatica a riconoscersi in un centrosinistra che spesso vede in loro dei “nemici”. E quindi, perché non dare una mano a Renzi, nella speranza che, sul lungo termine, questo possa portare anche dei vantaggi di tipo economico?
Se si guarda al programma di Renzi, o anche solo alle sue dichiarazioni in campo economico, le ragioni dei suoi sostenitori si possono capire. Prendiamo per esempio i diritti dei lavoratori: il ‘rottamatore’ si è detto favorevole all’abolizione dell’articolo 18, non è un amante dei sindacati, è un liberista convinto e crede nella flessibilità nel mondo del lavoro. E aggiungiamoci anche e non è favorevole alla super tassazione dei capitali guadagnati giocando in borsa. Ecco che imprenditori e manager che non si sentono rappresentati da Silvio Berlusconi hanno trovato il loro campione, in grado di unirne valori e interessi.
Ma torniamo alla lista dei finanziatori, in cui figura anche un nome scomodo: Alfredo Romeo ha versato 60mila euro. Ma chi è Alfredo Romeo? Trattasi di imprenditore condannato in primo grado per corruzione e arrestato nel 2009. Perché avrebbe dovuto versare questi soldi? Difficile da capire, anche se – e la cosa alleggerisce la posizione di Renzi – va notato che Romeo è da lungo tempo un finanziatore di partiti, in particolare di quella Margherita da cui Renzi proviene. Semplice coerenza, quindi? Sembrerebbe di sì.
Tratto da : Informatitalia