lunedì 6 gennaio 2014

Interviste sull’euro: Milton Friedman, Nobel per l’economia L'euro è un progetto elitario, antidemocratico e dirigista. Più che unire, la moneta unica crea problemi e divide

 
Milton Friedman, Premio Nobel nel 1976, anima e mente della Scuola di Chicago e del monetarismo, è stato probabilmente uno dei massimi conoscitori dell’economia mondiale e dei suoi labirinti. Padre del liberismo moderno, nel 1998 si espresse contro l’unione monetaria europea ritenendola un’assurdità.
Ecco cosa disse in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera:
“Beh, come minimo è un esperimento interessante. Interessante da osservare. Ma non sarà di certo quel tipo di benedizione che vorrebbero far credere. Niente di sbagliato, in generale, a volere un’unione monetaria. Ma in Europa c’è già ed è quella esistente di fatto tra Germania, Austria e Paesi del Benelux. Niente vieta che, se ci tiene, l’Italia aderisca a quella. Il resto è una costruzione non democratica”.
- Perché non democratica?
“Il progetto generale non lo è. Ovviamente, perché non è quello che vogliono i cittadini. Se la popolazione tedesca votasse, il progetto sarebbe sconfitto. E lo stesso accadrebbe in molti altri Paesi. L’Unione monetaria è il prodotto di una élite. E’ il frutto di una impostazione non realistica, di una spinta elitaria di chi vuole usare la moneta unica per arrivare all’unione politica. Pensiamo davvero che Kohl oggi e Mitterrand in passato siano stati sostenuti da un desiderio di unità economica? No, il loro obiettivo primario era politico, mettere assieme Francia e Germania per evitare guerre future. Gli Stati Uniti d’Europa sono una componente essenziale del progetto monetario”.
- Ed è un errore?
“E’ una visione sbagliata. Più che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche. La conseguenza più seria, però, è che l’euro costituisce un passo per un sempre maggiore ruolo di regolazione da parte di Bruxelles. Una centralizzazione burocratica sempre più accentuata. Le motivazioni profonde di chi guida questo progetto e pensa che lo guiderà in futuro vanno in questa direzione dirigista. E’ una tendenza che c’è da 15 anni, contro la quale, per esempio, ebbe modo di combattere Margaret Thatcher”.
- Pensa che sarà anche un fallimento?
“Spero di sbagliarmi, perché un’Europa di successo è nell’interesse sia degli europei che degli americani. Ma non vedo la flessibilità dell’economia e dei salari e l’omogeneità necessaria tra i diversi Paesi perché sia un successo. Se l’Europa sarà fortunata e per un lungo periodo non subirà shock esterni, se sarà fortunata e i cittadini si adatteranno alla nuova realtà, se sarà fortunata e l’economia diventerà flessibile e deregolata, allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla benedizione di un fatto positivo. Altrimenti sarà una fonte di guai”.
- Cosa prevede?
“Una riduzione della libertà di mercato. A Francoforte siederà un gruppo di banchieri centrali che deciderà i tassi d’interesse centralmente. Finora, le economie, come quella italiana, avevano una serie di libertà, fino a quella di lasciar muovere il tasso di cambio della moneta. Ora, non avranno più quell’opzione. L’unica opzione che resta è quella di fare pressione sulla Ue a Bruxelles perché fornisca assistenza di bilancio e sulla Banca centrale europea a Francoforte perché faccia una politica monetaria favorevole. Aumenta cioè il peso dei governi e delle burocrazie e diminuisce quello del mercato. Sarebbe meglio fare come alla fine del secolo scorso, quando, col Gold Standard, l’Europa aveva già una moneta unica, l’oro: col vantaggio che non aveva bisogno di una banca centrale”.
- A proposito, che approccio crede prenderà la Banca centrale europea? Riuscirà a controllare la massa monetaria?
“No, non c’è dubbio, non possono partire con un obiettivo monetario in un’area così ampia e non conosciuta. Si daranno un target di inflazione e per di più non esplicito: non stabiliranno un meccanismo automatico ma manterranno una grande discrezionalità di scelte. Come fanno oggi la Bundesbank e la Banque de France con i tassi d’interesse a breve. Sarà interessante, dal punto di vista degli studiosi”.
- Tornando agli effetti dell’euro, pensa che l’Unione monetaria possa, in certe circostanze, rompersi?
“Difficile. E’ possibile ma non probabile. Se coloro che la vogliono arriveranno al punto di farla, è difficile che poi salti. Anche se è già successo in passato che un’area monetaria si sia divisa in parti. Certo dovrebbe essere il risultato di una crisi, un forte atto politico”.
- Con conseguenze negative anche sul mercato unico?
“Impossibile da prevedere. Quello che c’è da dire sul mercato unico, piuttosto, è che è reso più complicato proprio dall’Unione monetaria che rende più difficili le reazioni delle economie, toglie loro strumenti e le rende più dipendenti dalle burocrazie”.
- L’euro sarà una minaccia per l’egemonia del dollaro?
“Non lo so per certo. Scommetterei però che non lo sarà. Nell’uso delle valute, c’è molta inerzia di comportamenti. Come minimo, ci vorrà tempo prima che l’euro si affermi. Da una moneta, la gente si aspetta stabilità: solo se sarà un successo in Europa e manterrà l’inflazione bassa, potrà dare fiducia a livello internazionale. Ma l’euro non sarà un’alternativa improvvisa al dollaro. E se anche l’euro lo sfiderà, non sarà un gande problema per gli Stati Uniti: avere una valuta internazionale non è poi quel gran vantaggio”.
- E per i cittadini europei? sarà una transizione difficile?
“Sarà molto difficile da capire. In Francia, ci sono voluti decenni per fare entrare nella mente della gente il passaggio dal franco vecchio a quello nuovo. Il denaro è qualcosa che diventa una parte di base del pensiero, un’idea. Nella percezione, il tuo denaro è denaro, con un suo valore, quello degli altri Paesi è carta. Anche questo porta a chiedere se il passaggio alla moneta unica europea è democratico. Non credo che i cittadini lo ameranno”.
- Fatto sta che con questo progetto gli europei hanno ridotto i deficit pubblici e si sono messi sulla strada degli Stati Uniti che pareggeranno il bilancio il prossimo anno, o forse già nel ’98…
“Questa è proprio un’idea sbagliata, non è la vera questione. A parte che i conti pubblici li aggiusti come credi, la verità è che il debito americano continua a crescere a causa di poste non finanziate, come la sicurezza sociale e le pensioni. La chiave non è questa: quello che conta è la frazione di prodotto lordo che si prende lo Stato. E oggi questo è sempre più intrusivo anche in America: pesa ormai per il 40 % del Pil. Se si includono le regolazioni e gli affari indotti dal governo, arriviamo a un altro 10 % in più. In Europa è peggio: in alcuni Paesi arriviamo a superare il 50 e il 60 % . Il fenomeno straordinario è che sia in America che in Europa le economie siano riuscite a funzionare decentemente e i cittadini riescano a vivere bene con una porzione di economia libera dallo Stato che è solo la metà del totale negli Stati Uniti e il 35 % in Europa”.
- Dunque la vera riforma è il taglio delle spese pubbliche.
“Certo, ma c’è un solo modo per farla: tagliare le tasse. Lo Stato tende a spendere tutto quello che entra in cassa più tutto quello che può aggiungere in qualche modo. Perciò occorre tagliare le entrate. Come ai bambini: devi dare loro meno denaro. Quest’ultima è un po’ un’esagerazione ma dà l’esempio generale”.
- L’economia americana, comunque, è in boom.
“Le radici di questa crescita stanno in due realtà. Primo, negli anni di Ronald Reagan, quando il peso dello Stato iniziò a calare: purtroppo, con George Bush e Bill Clinton è tornato a crescere. Secondo, nella politica monetaria di Alan Greenspan. In termini generali, io sarei per eliminare la banca centrale. Detto questo, considero Greenspan il miglior governatore che la Federal Reserve abbia avuto da quando esiste. Finora, almeno. Il che non vuole dire che sarà sempre così. Adesso, per esempio, vedo nella situazione monetaria americana tendenze all’aumento dell’inflazione, dal 2 verso il 4 % : sarebbe il caso di avere una politica meno espansiva”.
Una cosa bella dei grandi vecchi è che spesso riescono a viaggiare controcorrente.
(Fonte: Taino Danilo, Il Corriere della Sera)

Tratto da : ilquorum