lunedì 13 gennaio 2014

Ora a Draghi farebbe piacere un po’ di inflazione

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A preoccupare Draghi non sono solamente la recessione dei paesi mediterranei e la deflazione greca: le politiche monetarie espansive non hanno dato risultati sulla ripresa dell’occupazione
di Nicolò Cavalli da Thinging pagina99
La Bce ha deciso di mantenere i tassi di rifinanziamneto stabili sul record dello 0.25% stabilito nello scorso novembre con una decisione he ha attirato il dissenso dei rappresentanti dei paesi core in seno al Consiglio della Banca Centrale Europea. Da Francoforte, Mario Draghi ha confermato che “i tassi rimarranno al livello attuale, o a un livello più basso, per un lungo periodo.”
A preoccupare il banchiere centrale non sono solamente la recessione dei paesi mediterranei e la deflazione greca, sempre più grave, ma anche un processo di rallentamento dell’inflazione in tutto il Continente, che a molti ricorda la lunga stagnazione giapponese degli ultimi vent’anni.
D’altro canto, il peggioramento dei dati sulla disoccupazione nell’eurozona, pubblicati ieri da Eurostat, sembrano confermare il cono d’ombra sull’efficacia attesa dell’operazione della Bce, così come avvenuto per le banche centrali di mezzo mondo – dall’Inghilterra al Giappone passando per gli Stati Uniti -, impegnate in programmi di espansione monetaria che, pur galvanizzando i mercati finanziari, hanno avuto effetti solo parziali sulla ripresa dell’occupazione nella cosiddetta economia reale.
E’ stato Keynes il primo a rilevare che quando l’economia è pervasa da aspettative pessimistiche gli individui possono decidere di tesaurizzare la moneta creata invece di farla circolare, rinviando le proprie decisioni di consumo e rendendo inefficace la politica monetaria. Ma non è solo la cosiddetta “trappola della liquidità” a creare dubbi sulla strategia di Draghi.
Secondo la Banca d’Inghilterra, i programmi di espansione dell’offerta di moneta non stanno avendo l’effetto desiderato anche a causa dei loro effetti distributivi perversi. I 375 miliardi di sterline utilizzati da Londra per acquistare titoli hanno avuto un effetto disproporzionato a favore del 5 per cento di inglesi più ricchi. Infatti, reflazionando i prezzi sui mercati finanziari le massicce iniezioni di liquidità delle banche centrali riducono i costi solo per quelle imprese che possono accedere al mercato dei capitali direttamente – principalmente le grandi imprese multinazionali.
Le piccole-medie imprese e le famiglie, invece, si rivolgono al sistema bancario retail, che vede aumentare il rischio di credito in un’economia depressa e il ritorno da investimenti sui mercati azionari, scegliendo il secondo canale invece del primo e alimentando così la spirale recessiva. Le grandi imprese, inoltre, stanno usando i capitali ottenuti a basso prezzo per riacquistare le proprie azioni, rilevando le stock-option dei manager (i cosiddetti buyback), aumentando i loro guadagni senza investimenti di medio-lungo periodo.
Scarsi investimenti sono destinati ad avere effetti negativi sulla produttività e conseguentemente sui salari reali dei lavoratori, così da rendere la domanda interna debole in maniera più che proporzionale rispetto al possibile aumento della domanda estera dovuta alla diminuzione dei costi del lavoro.
Société Générale è recentemente arrivata a sostenere che il quantitative easing, incentivando investimenti improduttivi, crea capacità inutilizzata e ha in questo modo effetti deflativi. L’esatto contrario di quanto sperato da Mario Draghi.
Ma se il meccanismo monetario è interrotto e la leva fiscale inutilizzabile, sono poche le opzioni a disposizioni dei policy makers per evitare che questa recessione conduca l’europa in un incubo giapponese. Secondo la banca d’affari francese l’unica strada percorribile per le banche centrali è di cancellare i propri asset denominati in debito pubblico, incorrendo in grosse perdite ma rendendo così permanente l’aumento di moneta.
Un aumento proporzionale dell’inflazione renderebbe i debiti meno onerosi e aiuterebbe il processo di deleveraging che rallenta l’economia – al contempo diminuendo il peso dei debiti che affliggono il settore pubblico di vari paesi avanzati. Questo “falò generalizzato” di debiti ricorda la soluzione che lo stesso Keynes suggerì, inascoltato, ai potenti europei durante le discussioni di pace di Parigi. Il prezzo della loro sordità fa parte dei libri di storia.

Tratto da :  keyneblog