sabato 11 gennaio 2014

Rinegoziazione del debito e sovranità monetaria Moffa: “Europa del capitale finanziario e non dei lavoratori, né delle imprese produttive”


Tra pochi mesi (nella seconda metà di maggio) si terranno le elezioni europee. Il tema dell’Europa, dell’euro, della sovranità monetaria, però, ha suscitato critiche e posizioni differenti all’interno del panorama politico italiano (ed europeo).
Alle scorse elezioni del Parlamento di Strasburgo a testimonianza del cambiamento di più di una fase politica, non vi era nessuna forza che propugnava l’uscita dall’Europa o la rinegoziazione dei trattati, o meglio: c’era qualche piccola formazione che, tacciata di radicalismo di destra e di sinistra, iniziava ad aprire un dibattito per una vaga ridiscussione dei trattati. Il risultato delle elezioni europee del 2009 era stato, comunque, una sorta di conferma delle elezioni politiche del 2008: Pdl in testa con la Lega che toccava picchi mai visti (così come la fu Idv di Antonio di Pietro), Pd che annaspava e la sinistra a sinistra dei democratici divisa ma che teneva in piedi un minimo di struttura rimasta dopo il disastroso esito delle elezioni dell’anno precedente.
Le forze europopuliste ed euroscettiche - due termini “diversi ed opposti”, come ha ricordato il docente di strategia e relazioni internazionali presso l’Università di Trieste Arduino Paniccia – hanno cominciato da avere un impatto notevole sull’opinione pubblica, dal momento in cui i governi di Paesi in crisi hanno dovuto eseguire, per filo e per segno, delle disposizioni che arrivavano direttamente da Bruxelles. In Italia tutto questo si è tradotto nei tredici mesi di Governo Monti, nell’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione e in una serie di tagli lineari per rimanere sotto la soglia del 3% del debito pubblico.
Di qui l’euroscetticismo e l’europopulismo di alcune forze politiche. D’altra parte, però, molti intellettuali, giornalisti, economisti, anche di diversa estrazione politica, hanno iniziato a teorizzare una ridiscussione ed una disobbedienza ai trattati. Questi sono i temi del libro 'Rompere la gabbia: sovranità monetaria e rinegoziazione del debito contro la crisi' del docente dell’Università di Teramo Claudio Moffa.
Secondo Moffa, la rinegoziazione del debito e la riacquisizione della sovranità monetaria sono una priorità assoluta, come recita il titolo del suo volume. Per cui è possibile ridiscutere i trattati e riacquisire sovranità di bilancio come ha fatto l’Irlanda? “Certamente, anche se il caso Irlanda non è esattamente lo stesso nostro. Sicuramente tra le due posizioni, obbedienza cieca alle direttive europee e della BCE da una parte, e dall’altra fuori dall’Europa o fuori dall’ euro, ci possono essere vie intermedie purché finalizzate al recupero degli obbiettivi strategici, la sovranità monetaria innanzitutto, e percorse con determinazione, senza servilismi. Sulla questione eurosì/eurono io non mi pronuncio. Nel senso che, innanzitutto, uscire dall’euro non basta perché se la Banca d’Italia resta privata come adesso,  cioè se l’emissione monetaria della nuova lira - o dell’eurolira, o della nuova moneta nazionale - resta in mani private. In questo caso non c’è nessuna rivoluzione e nessuna soluzione del problema di base. Il problema di base è quello della riacquisizione, non soltanto della sovranità monetaria, ma della riacquisizione del reddito da sovranità monetaria -il cosiddetto signoraggio- da parte dello Stato. Il problema è che lo Stato, come diceva il premio Nobel dell’economia  Allais - deve essere l’unico ad avere il diritto/dovere di emettere moneta e non devono esistere banche centrali private come la BCE o come la Banca d’Italia che gestiscano l’emissione monetaria e ne usurpino i frutti”.
Per Moffa dunque, l’Europa non è  dei popoli’, e neppure delle quella delle imprese,  è l’Europa delle banche e del capitale finanziario: “E’ chiarissimo dai  fatti: nel 2013 le borse hanno guadagnato, la disoccupazione è invece aumentata enormemente, e migliaia di aziende hanno chiuso i battenti. Nel 2011, a dicembre, la BCE ha regalato alle banche private 419 miliardi di euro, all’1 per cento, ma alle imprese non è arrivato nulla, o quel poco che è stato concesso sotto forma di prestito, è stato dato a un tasso di molto superiore. “Quando ho sentito la notizia – mi ha detto il Presidente della Confidustria di Teramo in occasione della presentazione del mio libro a Teramo – sono rimasto molto contento, mi aspettavo ossigeno per le nostre imprese in crisi, ma poi sono rimasto deluso”. Vede, persino a livello lessicale, le parole ricorrenti nel Trattato dell’Unione Europea  ci dicono che l’Europa è chiaramente l’Europa delle banche e della finanza: le voci banche finanza e derivati o plurali, assommano a 72; BCE e BCN a 47.
Ma il termine industria e affini compare solo 9 volte, e le piccole e medie imprese – categoria non solo italiana – appena 2 volte.  Quanto a lavoro e lavoratori, siamo a quota 5 ma solo per parlare no dei loro diritto, ma del ‘lavoro irregolare’, della ‘libera circolazioni” o del ‘costo del lavoro’-

L’obiezione, però, che viene da chi è contrario al ritorno della moneta nazionale è che essa si troverebbe ad essere svalutata moltissimo: “Diciamo che il problema è questo: chi gestisce la moneta. Ripeto, il nodo fondamentale è che a questo punto la Banca d’Italia, che è stata un ente di diritto pubblico di nome di fatto dal 1936 al 1992, ridiventi almeno quello che era prima del 1992. Prima, cioè, della  privatizzazione di tutta l’industria di Stato  e quindi – visto che l’IRI aveva al suo interno delle banche di interesse nazionale a prevalenza di capitale pubblico – della Banca d’Italia.  Quindi il problema vero è questo, dopodiché che venga svalutata o no (la moneta, nda) dipende dal Governo. Questo  spauracchio della svalutazione e dell’inflazione, non mi pare debba essere posto in questi termini assoluti come alcuni dicono. Molti altri economisti sostengono innanzitutto che a questo punto l’inflazione sarebbe il male minore, e poi  che un minimo di inflazione controllata è tollerabile, se l’aumento della massa monetaria da parte dello Stato è finalizzata agli investimenti in grandi opere pubbliche – un po’ come fece Roosevelt dopo la crisi del ’29 - per rilanciare con l’effetto indotto tutta l’economia nazionale e per affrontare così il dramma della chiusura delle aziende e della disoccupazione galoppante.

Pareggio di bilancio in Costituzione, Fiscal Compact,  e agenzie di rating come Jp Morgan che avevano bollato le Costituzioni di alcuni Paesi europei come socialiste: per Moffa tutto questo rappresenta l’ultima frontiera di attacco alla democrazia: “è paradossale, ma io credo che abbiamo avuto una degenerazione del quadro politico, come scrivo nel libro, dal punto di vista economico e  dal punto di vista dell’abrogazione della sovranità monetaria, da Tangentopoli in poi. In Tangentopoli c’era un problema reale, una corruzione di molti politici (ma non di tutti), ma con questa motivazione si è distrutta la prima Repubblica e si è privatizzata tutta l’industria di Stato. Eni, Iri, Agip eccetera eccetera. È stato un grave danno per l’economia del Paese. Poi è arrivata l’Europa ma quest’Europa, ma non è certo l’Europa democratica e poratrice di pace che sognavano i padri fondatori, da Spinelli a De Gasperi e Adenauer. E’ un’Europa che assomiglia ad un Leviatano, con gli Stati un tempo sovrani al posto dei cittadini che componevano il corpo del mostro biblico, secondo l’iconografia tradizionale del XVII secolo”.
Un nuovo Leviatano?
“E’ il titolo di un convegno a Teramo: questa Europa dà ordini agli Stati un tempo sovrani e che fondano questa lesa sovranità, comunque, attraverso elezioni a suffragio universale. Il Parlamento europeo non conta nulla e non conterà mai nulla se non si imporrano nuove regole.  E’ questo contesto e questa tradizione di potere che hanno creato l’assurdo motto “lo vuole l’Europa’ con cui i nostri politici hanno giustificato l’ accettazione supina delle peggiori nefandezze di Bruxelles e Strasburgo. La legge di stabilità è stata la goccia fatto traboccare il vaso. Quest’Europa, dunque, va ripensata alla radice. Non è possibile che chi dà direttive politiche governi, sia una commissione europea che è forte di 13.000 funzionari e poi altri 7/8000 impiegati che circondano i cosiddetti ministri europei con addirittura riunioni settimanali, come se fosse un’azienda. I Consigli dei Ministri Nazionali non si tengono ogni settimana, od ogni mese, si fanno quando ci sono delle scadenze e dei progetti di cui, come dire, il soggetto promotore è la politica. Lasciamo stare chi è presente nel Consiglio dei Ministri: la politica, cioè l'attività dell'uomo, nella gestione  della cosa pubblica, è padrona della macchina del Consiglio dei Ministri. Per cui sono i partiti, è la politica, che decide quando riunirsi su cosa. Aver costruito questo meccanismo in cui c’è una riunione fissa a settimana, vuol dire che il politico che va in Europa, sperando di essere autonomo, verrà disilluso. Il potere è in mano a questa burocrazia e tecnocrazia terribile  che vuole imporre la propria volontà senza avere una legittimazione vera dagli stati ed dai popoli europei. Dunque l’Europa va ripensata a fondo, oppure ci si comincia sganciare. Io sono, come politologo internazionalista, tendenzialmente favorevole alle grandi unità statuali, e anche alle monete transnazionali -  quindi non sono aprioristicamente contro l’euro - ma o cambia ila situazione, oppure l’unica via è quella dell’uscita dall’euro per riconquistare una politica di piena sovranità nazionale”.

Tratto da : Lindro

giovedì 9 gennaio 2014

LA LETTONIA È APPENA ENTRATA NELL'UE E FA GIÀ LA GUERRA ALL'EURO

l 1 gennaio 2014 è diventato il diciottesimo Paese ad adottare la moneta unica. Ma l'80% della popolazione è scettica e teme l'aumento dei prezzi. Gli analisti lanciano l'allarme sul sistema bancario.

Il 1 gennaio 2014 è diventato il diciottesimo Paese ad adottare la moneta unica. Ma l'80% della popolazione è scettica e teme l'aumento dei prezzi. Gli analisti lanciano l'allarme sul sistema bancario.
Euro, siamo sempre di più: il primo gennaio 2014 la Lettonia è diventata il 18esimo Paese ad adottare la moneta univa. Allo scoccare della mezzanotte i fuochi d'artificio hanno salutato l'arrivo del nuovo anno e i due milioni di abitanti dello Stato baltico hanno detto addio alla loro moneta nazionale, il lats, introdotto nel 1993 per rimpiazzare il rublo di epoca sovietica.

OLTRE l'80% DEI CITTADINI TEME RINCARI. La crisi e le tante critiche sulla moneta unica giunte da ogni parte dell'Unione in questi anni, però, hanno alimentato lo scetticismo della maggioranza della popolazione. Che è decisamente preoccupata per il potere d'acquisto della nuova moneta: secondo l'ultimo sondaggio di Eurobarometro, solo il 39% dei cittadini della repubblica baltica è a favore, e oltre l'80% esprime la seria preoccupazione per un aumento dei prezzi. Per poter entrare nell'eurozona, inoltre, la Lettonia ha dovuto affrontare dure riforme e il risanamento dei suoi conti. Ora il suo tasso di disoccupazione è inferiore alla media Ue, l'11,3%, il Pil in crescita, con un più 4 percento registrato nel 2013, e il debito pubblico inferiore al 40% del Pil, mentre il deficit è pari all'1,4%. Ma la popolazione non è certo entusiasta di questa novità. Con un salario medio di 515 euro netti al mese, ben il 40% è a rischio povertà. 

L'ALLARME BANCARIO. d'altra parte diversi analisti si chiedono se la Lettonia non si trasformerà in una nuova Cipro: il sistema bancario locale appare particolarmente vulnerabile data l'importanza dei depositi in valuta straniera, soprattutto rubli, fonte di rischio per la stabilità finanziaria. E le imposte per le aziende sono soltanto al 15%, per cui il timore è che la Lettonia diventi un altro paradiso fiscale.

IL PREMIER IN FILA AL BANCOMAT. Non la pensa così il premier dimissionario Valdis Dombrovskis, che ha festeggiato il suo capodanno davanti ad un bancomat della statale Citadele Banka a Riga, per essere così il primo a prelevare la nuova moneta. Il passaggio all'euro è avvenuto nella notte in cui si è celebrato il suo 15esimo compleanno: la moneta unica è, infatti, stata introdotta sui mercati finanziari il primo gennaio del 1999, anche se la circolazione tra la popolazione è partita due anni dopo, nel 2001. 

Tratto da : cadoinpiedi

La “breathing room” di Paul Krugman e la “gas chamber” della Mario&Mario.

Nel suo blog sul New York Times, “La coscienza di un liberale”, del primo gennaio 2014 il premio Nobel Paul Krugman riassume in un grafico lo stato dell’euro. Per farlo utilizza i dati del Fondo Monetario Internazionale sul debito/PIL e i tassi di interessi sui titoli a dieci anni che hanno, invece, come fonte la BCE, per i paesi della periferia in difficoltà; in una parola, i PIIGS. Il confronto è tra i livelli dei tassi di interesse e debito/PIL a novembre del 2011 (“crisi dello spread” rappresentati nel grafico dal punto azzurro) e i tassi a settembre del 2013 (rappresentati nel grafico dal punto arancio). Inoltre, nel grafico del Prof., nonché Nobel prize, P. Krugman abbiamo sulle ascisse il rapporto debito/PIL mentre nelle ordinate i tassi di interesse.
GFK
Come si può notare i tassi di interessi sui titoli a 10 anni sono scesi in tutti i paesi presi in considerazione, ma è anche vero che il rapporto debito/PIL è aumentato in tutti. Dopo aver detto che i costi per finanziarsi sono, per quegli Stati, diminuiti di molto, sottolinea come questo non sia dovuto all’austerità – visto che il rapporto debito/PIL è in aumento – ma, bensì, al segnale dato da Mario Draghi – ricordiamo tutti il famoso whatever it takes,  una cosa tipo “faremo tutto il necessario” – per la possibilità che la BCE agisse come prestatore di ultima istanza garantendo la liquidità necessaria. Dopo un breve periodo in cui rimarca che non si vedono ancora segnali di una ripresa guidata dalle esportazioni o una diminuzione del debito/PIL dovuta all’austerità, conclude dicendo che pur essendo un euro pessimista deve ammettere che si può capire come questo possa funzionare, con costi economici politici ed umani ingenti e ancora con il rischio di un collasso; ma questa mossa di Draghi e della BCE avrebbe dato all’Europa un qualche (un po’ di) respiro: “breathing room” dice.
Effettivamente i tassi sono diminuiti, ma questo non ha contribuito a far scendere il debito/PIL che è, anzi, aumentato anche a causa del “fattore denominatore”; ma nemmeno le notizie, le cronache dei giornali e gli accadimenti sembrano riportare di una situazione economica che abbia anche solo un minimo di “respiro” dalla crisi, per cui la “breathing room” che secondo il premio Nobel, la BCE e Draghi ci avrebbero dato, non sembra aver funzionato. Dopo l’annuncio di Draghi, con cui si è impegnato a garantire liquidità per salvare l’euro, non si è registrato nessun aumento di liquidità, anzi la base monetaria è diminuita alla BCE rispetto ad altre banche centrali come la Bank of Japan, la Federal Reserve e la Bank of England. Sembra quasi che l’annuncio di garantire liquidità abbia reso necessario una minore liquidità!
Base monetaria banche centraliComunque, però, sembra che quello a cui siamo effettivamente di fronte sia un mero effetto annuncio. Infatti gli “sforzi” fatti dalla BCE in termini di “liquidità” non sembrano le fatiche di Ercole, soprattutto se comparati a quelli delle altre banche centrali: guardate la Bank of England (BoE) agli inizi del 2009 oppure la Fed a metà 2008. Sembra che la BCE abbia si, calmato i mercati, ma la diminuzione della base monetaria non è il sintomo di una economia (visto che a livello europeo le cose non vanno benissimo salvo che per la Germania) che si sta riprendendo o che sia stata aiutata in modo corretto. Quindi, nonostante le mosse di Draghi, la crisi resta crisi; mentre se la liquidità per i mercati è stata garantita, con un annuncio, non sembra sia stato fatto altrettanto per l’economia reale, con un aumento dell’offerta di moneta, dato che la base monetaria è diminuita da inizio 2012. Così mentre tre banche centrali – BoE, BoJ, Fed – la espandevano, una – BCE – la contraeva. Un panico da crisi di liquidità calmato riducendo la liquidità. La banca centrale annuncia che, se necessario, aumenterà le sue attività e poi le riduce. Con la promessa di fare di più si è fatto di meno; mettetela come preferite!
Ma vediamo anche l’andamento del tasso di riferimento della BCE, del credito corporate e dell’indice dei prezzi al consumo nell’euro area.
Banche centrali
L’Euribor è ai minimi, il prestito corporate è ancora in contrazione, mentre l’indice dei prezzi al consumo si sta spingendo verso la deflazione. Per l’economia reale, in questo momento, il dato più allarmante sembra l’indice dei prezzi al consumo; deflazione vuol dire, quasi sempre, nuova disoccupazione e non se ne sente proprio il bisogno, ma anche il prestito corporate ed il tasso di riferimento della BCE sono ai minimi termini.
Facciamo adesso il caso, avendo a riguardo soprattutto i primi due indici – quello relativo al tasso di riferimento e ai prestiti anche se solo corporate – che il nostro sistema sia a moneta endogena e che quindi non sia l’offerta di moneta a guidare i tassi di interesse bensì questi a guidare quella. Avremo che tassi di riferimento così bassi potrebbero non rappresentare un buon affare per le banche nella concessione del prestito bancario, scoraggiandole così dal concederlo. Questo vorrebbe dire che le politiche di tassi di interesse a zero (ZIRP Zero Intrest Rate Policy) pur avendo l’effetto di abbassare il tasso di riferimento e quindi tutti gli altri tassi; pur essendo buone policy perché così si abbassano anche i costi di finanziamento per gli Stati, non stimolerebbero l’economia. In questo caso infatti le banche non vedendo buoni affari nel prestito bancario per i bassi tassi preferirebbero altre forme di investimenti – ma le banche non devono scegliere tra prestito bancario e investimento. Vediamo meglio però. Sappiamo anche, dalla BCE, che a ottobre 2013 le banche avevano, presso la stessa, oltre ai 103 miliardi di euro necessari a soddisfare i requisiti di riserva, ben 164 miliardi di riserve in eccesso; e combinando quanto appena detto con il tasso a cui la BCE presta (0,50%) non se ne può determinare che una buona liquidità. Riserve in eccesso in misura di gran lunga superiore a quelle obbligatorie ed un tasso così basso non possono che essere indice di buona liquidità. Così infine questo sembrerebbe confermare che le ZIRP frenano l’economia.
Non è proprio così, innanzitutto il prestito bancario dipende in ultima analisi dalla volontà delle banche di prestare – mentre per le banche dipende dalla solvibilità del cliente – e dal “clima” economico generale (fiducia), soprattutto quando ci sono così tante riserve in eccesso che restano ferme alla BCE e quando questa presta allo 0,50%; è vero, alzando i tassi le banche potrebbero essere interessate dai maggiori guadagni di tassi più alti e ricominciare a prestare, ma questo potrebbe avere ripercussioni anche sui costi di rifinanziamento per lo Stato, i mutui in corso e tutti gli altri prestiti, ecc. ecc. . Pertanto, uscire da una ZIRP avrebbe comunque i suoi costi, anche se visto i risultati perseguiti da questa potrebbe sembrare, prima facie, auspicabile.
Tuttavia, considerando quello che dovrebbe essere il vero obiettivo delle ZIRP, cioè facilitare le condizioni finanziarie generali permettendo di finanziarsi a costi inferiori, anche agli Stati, si può vedere che i risultati negativi non possono essere imputati proprio alle sole politiche di tassi di interesse a zero stesse. Perché?! Partiamo dai due modi in cui si possono creare nuovi depositi che vogliono dire “nuovo” denaro che circola nell’economia e viene speso per beni e servizi. Abbiamo visto in altro post che ci sono solo due modi per avere nuovi depositi: nuovi prestiti delle banche e i deficit dello Stato. Ma lo Stato è stato forzato al pareggio di bilancio quindi non può avere deficit e, non facendo così pagamenti al netto al settore privato, non può creare nuova ricchezza; mentre i nuovi depositi bancari sono inibiti dalla stretta del credito, che a sua volta può essere imputata solamente ad una mancanza di fiducia o, al limite, ad una cattiva situazione patrimoniale degli istituti – ma sarebbe comunque una questione di elegible asset che non ci interessa adesso – e non alla liquidità, viste le riserve in eccesso ed il basso tasso di riferimento. Così si sono fermati due “canali” con cui si può “rifornire” l’economia.
Il primo errore è nel pareggio di bilancio; perché costringere lo Stato al pareggio in un periodo in cui grazie ai bassi tassi avrebbe potuto finanziarsi – soprattutto nel breve e fuori da lunghe scadenze – a costi inferiori?! Non è un controsenso?! La BCE crea condizioni per finanziarsi a bassi tassi ma agli Stati è fatto divieto di spendere a deficit e sfruttare queste migliori condizioni. Ci è stato detto che uno Stato deve spendere come un buon padre di famiglia e che quindi era necessario inserire il pareggio di bilancio in costituzione; e che c’era una certa urgenza di farlo per riguadagnare credibilità, allora penalizzata dalla insostenibilità del nostro debito. Ma come già detto in altro articolo, l’Italia è dal 1991 in saldo primario attivo, quindi è da molto tempo che si comporta come un buon padre di famiglia, spendendo (spesa primaria) meno di quanto incassa; ed una inversione di tendenza – con uno Stato che va in deficit facendo pagamenti netti al settore privato e quindi immettendo le risorse che scarseggiano – quando il settore privato era in crisi, sarebbe anche stata auspicabile. Invece per necessità e urgenza si è “bloccato” lo Stato per poi sapere che, oltretutto – come dimostrato dai due grafici sotto riportati che riguardano gli indicatori di sostenibilità fiscale per il debito dei paesi europei – il debito dell’Italia era sostenibile anche nel lungo periodo e che tutta quella necessità ed urgenza, visti anche i reiterati surplus primari del ventennio precedente, forse non erano così reali ….
Sostenibilità del debitoDebito italiano sostenibilieDi poi, una volta che gli Stati hanno cominciato ad inserire nelle loro leggi fondamentali il pareggio di bilancio, un malcelato “malumore” dei mercati – i deficit dello Stato sono soldi per il privato, ricordiamolo sempre – per una eventuale mancanza di liquidità, con un possibile rischio sistemico, viene “sanato” con l’annuncio che si farà qualsiasi cosa per salvare l’euro. I risultati delle politiche di austerità imposte agli Stati e dell’annuncio della BCE sono la diminuzione della base monetaria e dei tassi di interesse; e nonostante le riserve in eccesso le banche non sembrano stimolate al prestito bancario. Dopo aver limitato la spesa dello Stato si arriva ad abbassare i tassi in maniera tale che il prestito bancario stesso sembri ulteriormente scoraggiato da una minore “rendita”.
Questi provvedimenti, i tempi ed i modi in cui sono stati adottati, oltre che a destare perplessità, non hanno avuto alcun effetto nell’economia reale, hanno solo “calmato” i mercati finanziari; perché per es. il whatever it takes di Draghi non è arrivato quando la “crisi dello spread” ha colpito l’Italia, bensì solo quando per l’euro si è profilato un rischio sistemico da “contagio”?!
Partiamo invece ora dalla condizione opposta in cui allo Stato fossero stati permessi dei deficit. Velocemente e semplificando. La necessità di finanziarsi dello Stato avrebbe alzato i tassi di interesse, lo Stato emettendo titoli drena riserve, che diminuendo si apprezzano e fanno salire i tassi. Spende, stimola la domanda aggregata i consumi ecc. ecc., le condizioni economiche generali migliorano, aumenta la fiducia e, in questo clima, chi presta è più incline a prestare e chi prende a prestito più incline a prendere a prestito, con il risultato di un aumento del prestito bancario. A questo punto, un grosso deficit del governo con tassi che si alzano potrebbe essere una buona opportunità per i bond vigilantes di speculare; mentre il denaro che fluisce nell’economia tramite nuovi depositi potrebbe, soprattutto nel breve, quando l’offerta arrivando da un periodo di scarsa domanda potrebbe essere spiazzata da un repentino aumento di questa, creare una situazione in cui l’inflazione può attecchire. Pertanto, a questo punto, la ZIRP avrebbe una logica; e con lei un possibile whatever it takes! La banca centrale si sincera che l’aumento dei tassi non porti a fenomeni speculativi e lo fa garantendo il debito degli Stati tramite una “promessa” di liquidità, che per forza di cose avrà un effetto di trade-off sull’aumento dei tassi dovuto alla necessità dello Stato di finanziarsi; inoltre, si cura che la nuova moneta, creata con i deficit ed il prestito bancario e che fluisce, così, nell’economia, non porti a fenomeni inflazionistici. Infatti, una ZIRP non è niente altro che la garanzia che: primo lo Stato non si finanzi a costi troppo elevati; secondo che la nuova offerta di moneta guidata dagli interessi, contenendo proprio gli stessi grazie a un tasso di riferimento più basso, non sia troppo elevata da portare a una nuova bolla del credito. Mentre come impostata la ZIRP, o simil-ZIRP, della BCE ha ridotto il rischio sistemico senza fare nulla per aiutare il sistema, soprattutto a livello di economia reale. Si è garantito il sistema ma poi non lo si è “rifornito”, mentre le altre banche centrali aumentavano la base monetaria la BCE la contraeva; chi aveva bisogno di credito difficilmente lo otteneva e, ancora più assurdo, le condizioni finanziarie sarebbero dovute essere “facilitanti”. I bassi tassi rendono più inclini a prendere a prestito ma non a prestare, probabilmente; anche se il “pivot role”, per il prestito bancario, in questo caso, ripetiamo, visti tassi e eccesso di riserve, resta sempre quello delle condizioni economiche generali. Non sono state migliorate le condizioni economiche generali e non si sono volute migliorare, sono solo stati ridotti i rischi sistemici.
Ancora: più che i provvedimenti qui sono i tempi e i modi in cui sono stati annunciati il pareggio di bilancio e l’intenzione della BCE di fare whatever it takes, con tassi di interesse vicino allo zero, che non sembrano aver portato nessun vantaggio reale. Innanzitutto si è inserito il pareggio di bilancio, quando dopo anni di surplus primario forse un deficit avrebbe potuto stimolare la domanda – perché il cittadino dovrebbe pagare sempre, in tasse, tanto quanto o più di quanto lo Stato spende correntemente?! – senza sembrare così scandaloso, visto i surplus primari precedenti; il tutto ai bassi tassi di interesse forniti dalla BCE. Invece, una volta esclusa questa possibilità e dopo aver fermato, come visto, uno dei canali che “rifornisce” il settore economico privato, il deficit dello Stato, si è pensato di calmare i mercati con un annuncio in cui ci si dimostrava disponibili a far tutto senza poi far nulla; anzi, al contrario si è addirittura contratta la base monetaria con l’effetto però – anche non usuale – di far diminuire i tassi di interessi (effetto annuncio); e con un risultato finale nullo nel lenire la “presa” della stretta del credito. Tutto questo fa sembrare che la “breathing room” sia, in realtà, progettata, o stata progettata, almeno nei modi e nei tempi, per essere più simile ad una “gas chamber”!
Luca Pezzotta di Economia Per I Cittadini

Tratto da : scenarieconomici

lunedì 6 gennaio 2014

Interviste sull’euro: Milton Friedman, Nobel per l’economia L'euro è un progetto elitario, antidemocratico e dirigista. Più che unire, la moneta unica crea problemi e divide

 
Milton Friedman, Premio Nobel nel 1976, anima e mente della Scuola di Chicago e del monetarismo, è stato probabilmente uno dei massimi conoscitori dell’economia mondiale e dei suoi labirinti. Padre del liberismo moderno, nel 1998 si espresse contro l’unione monetaria europea ritenendola un’assurdità.
Ecco cosa disse in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera:
“Beh, come minimo è un esperimento interessante. Interessante da osservare. Ma non sarà di certo quel tipo di benedizione che vorrebbero far credere. Niente di sbagliato, in generale, a volere un’unione monetaria. Ma in Europa c’è già ed è quella esistente di fatto tra Germania, Austria e Paesi del Benelux. Niente vieta che, se ci tiene, l’Italia aderisca a quella. Il resto è una costruzione non democratica”.
- Perché non democratica?
“Il progetto generale non lo è. Ovviamente, perché non è quello che vogliono i cittadini. Se la popolazione tedesca votasse, il progetto sarebbe sconfitto. E lo stesso accadrebbe in molti altri Paesi. L’Unione monetaria è il prodotto di una élite. E’ il frutto di una impostazione non realistica, di una spinta elitaria di chi vuole usare la moneta unica per arrivare all’unione politica. Pensiamo davvero che Kohl oggi e Mitterrand in passato siano stati sostenuti da un desiderio di unità economica? No, il loro obiettivo primario era politico, mettere assieme Francia e Germania per evitare guerre future. Gli Stati Uniti d’Europa sono una componente essenziale del progetto monetario”.
- Ed è un errore?
“E’ una visione sbagliata. Più che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche. La conseguenza più seria, però, è che l’euro costituisce un passo per un sempre maggiore ruolo di regolazione da parte di Bruxelles. Una centralizzazione burocratica sempre più accentuata. Le motivazioni profonde di chi guida questo progetto e pensa che lo guiderà in futuro vanno in questa direzione dirigista. E’ una tendenza che c’è da 15 anni, contro la quale, per esempio, ebbe modo di combattere Margaret Thatcher”.
- Pensa che sarà anche un fallimento?
“Spero di sbagliarmi, perché un’Europa di successo è nell’interesse sia degli europei che degli americani. Ma non vedo la flessibilità dell’economia e dei salari e l’omogeneità necessaria tra i diversi Paesi perché sia un successo. Se l’Europa sarà fortunata e per un lungo periodo non subirà shock esterni, se sarà fortunata e i cittadini si adatteranno alla nuova realtà, se sarà fortunata e l’economia diventerà flessibile e deregolata, allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla benedizione di un fatto positivo. Altrimenti sarà una fonte di guai”.
- Cosa prevede?
“Una riduzione della libertà di mercato. A Francoforte siederà un gruppo di banchieri centrali che deciderà i tassi d’interesse centralmente. Finora, le economie, come quella italiana, avevano una serie di libertà, fino a quella di lasciar muovere il tasso di cambio della moneta. Ora, non avranno più quell’opzione. L’unica opzione che resta è quella di fare pressione sulla Ue a Bruxelles perché fornisca assistenza di bilancio e sulla Banca centrale europea a Francoforte perché faccia una politica monetaria favorevole. Aumenta cioè il peso dei governi e delle burocrazie e diminuisce quello del mercato. Sarebbe meglio fare come alla fine del secolo scorso, quando, col Gold Standard, l’Europa aveva già una moneta unica, l’oro: col vantaggio che non aveva bisogno di una banca centrale”.
- A proposito, che approccio crede prenderà la Banca centrale europea? Riuscirà a controllare la massa monetaria?
“No, non c’è dubbio, non possono partire con un obiettivo monetario in un’area così ampia e non conosciuta. Si daranno un target di inflazione e per di più non esplicito: non stabiliranno un meccanismo automatico ma manterranno una grande discrezionalità di scelte. Come fanno oggi la Bundesbank e la Banque de France con i tassi d’interesse a breve. Sarà interessante, dal punto di vista degli studiosi”.
- Tornando agli effetti dell’euro, pensa che l’Unione monetaria possa, in certe circostanze, rompersi?
“Difficile. E’ possibile ma non probabile. Se coloro che la vogliono arriveranno al punto di farla, è difficile che poi salti. Anche se è già successo in passato che un’area monetaria si sia divisa in parti. Certo dovrebbe essere il risultato di una crisi, un forte atto politico”.
- Con conseguenze negative anche sul mercato unico?
“Impossibile da prevedere. Quello che c’è da dire sul mercato unico, piuttosto, è che è reso più complicato proprio dall’Unione monetaria che rende più difficili le reazioni delle economie, toglie loro strumenti e le rende più dipendenti dalle burocrazie”.
- L’euro sarà una minaccia per l’egemonia del dollaro?
“Non lo so per certo. Scommetterei però che non lo sarà. Nell’uso delle valute, c’è molta inerzia di comportamenti. Come minimo, ci vorrà tempo prima che l’euro si affermi. Da una moneta, la gente si aspetta stabilità: solo se sarà un successo in Europa e manterrà l’inflazione bassa, potrà dare fiducia a livello internazionale. Ma l’euro non sarà un’alternativa improvvisa al dollaro. E se anche l’euro lo sfiderà, non sarà un gande problema per gli Stati Uniti: avere una valuta internazionale non è poi quel gran vantaggio”.
- E per i cittadini europei? sarà una transizione difficile?
“Sarà molto difficile da capire. In Francia, ci sono voluti decenni per fare entrare nella mente della gente il passaggio dal franco vecchio a quello nuovo. Il denaro è qualcosa che diventa una parte di base del pensiero, un’idea. Nella percezione, il tuo denaro è denaro, con un suo valore, quello degli altri Paesi è carta. Anche questo porta a chiedere se il passaggio alla moneta unica europea è democratico. Non credo che i cittadini lo ameranno”.
- Fatto sta che con questo progetto gli europei hanno ridotto i deficit pubblici e si sono messi sulla strada degli Stati Uniti che pareggeranno il bilancio il prossimo anno, o forse già nel ’98…
“Questa è proprio un’idea sbagliata, non è la vera questione. A parte che i conti pubblici li aggiusti come credi, la verità è che il debito americano continua a crescere a causa di poste non finanziate, come la sicurezza sociale e le pensioni. La chiave non è questa: quello che conta è la frazione di prodotto lordo che si prende lo Stato. E oggi questo è sempre più intrusivo anche in America: pesa ormai per il 40 % del Pil. Se si includono le regolazioni e gli affari indotti dal governo, arriviamo a un altro 10 % in più. In Europa è peggio: in alcuni Paesi arriviamo a superare il 50 e il 60 % . Il fenomeno straordinario è che sia in America che in Europa le economie siano riuscite a funzionare decentemente e i cittadini riescano a vivere bene con una porzione di economia libera dallo Stato che è solo la metà del totale negli Stati Uniti e il 35 % in Europa”.
- Dunque la vera riforma è il taglio delle spese pubbliche.
“Certo, ma c’è un solo modo per farla: tagliare le tasse. Lo Stato tende a spendere tutto quello che entra in cassa più tutto quello che può aggiungere in qualche modo. Perciò occorre tagliare le entrate. Come ai bambini: devi dare loro meno denaro. Quest’ultima è un po’ un’esagerazione ma dà l’esempio generale”.
- L’economia americana, comunque, è in boom.
“Le radici di questa crescita stanno in due realtà. Primo, negli anni di Ronald Reagan, quando il peso dello Stato iniziò a calare: purtroppo, con George Bush e Bill Clinton è tornato a crescere. Secondo, nella politica monetaria di Alan Greenspan. In termini generali, io sarei per eliminare la banca centrale. Detto questo, considero Greenspan il miglior governatore che la Federal Reserve abbia avuto da quando esiste. Finora, almeno. Il che non vuole dire che sarà sempre così. Adesso, per esempio, vedo nella situazione monetaria americana tendenze all’aumento dell’inflazione, dal 2 verso il 4 % : sarebbe il caso di avere una politica meno espansiva”.
Una cosa bella dei grandi vecchi è che spesso riescono a viaggiare controcorrente.
(Fonte: Taino Danilo, Il Corriere della Sera)

Tratto da : ilquorum

venerdì 3 gennaio 2014

Bulgaria, Romania e Lettonia sono più europee, da oggi

Dal primo gennaio i cittadini bulgari e romeni possono lavorare in tutti i paesi della UE, e in Lettonia si usa l'euro al posto del lats.


Mercoledì 1 gennaio 2014 è un giorno molto importante per tre paesi dell’Unione Europea: da oggi i cittadini di Romania e Bulgaria possono vivere e lavorare liberamente all’interno dei paesi della UE senza alcuna restrizione; mentre in Lettonia l’euro sostituisce il lats come moneta nazionale. La Lettonia, che dal 2004 è membro dell’Unione Europea, è il 18esimo paese ad adottare l’euro. Per i tre paesi sono traguardi significativi, che completano un processo di integrazione iniziato diversi anni fa, ma che comportano anche molte diffidenze da parte dei “ricchi” della UE, preoccupati che le nuove misure possano indebolire la stabilità dei mercati del lavoro e sistemi di welfare nazionali.
Bulgaria e Romania sono entrate nell’Unione Europea il primo gennaio del 2007: il loro trattato di adesione prevedeva un periodo transitorio di 7 anni durante il quale sarebbero rimaste valide una serie di restrizioni alla libera circolazione delle persone finalizzata alla ricerca di un’occupazione. La misura era stata voluta da alcuni paesi europei, specie Regno Unito, Francia e Germania, che temevano grandi trasferimenti di cittadini bulgari e romeni nel loro territorio.
Il Guardian racconta come nel Regno Unito la discussione politica sul tema sia diventata molto accesa nelle ultime settimane, in vista dell’abolizione delle restrizioni del primo gennaio. Le resistenze sono arrivate da esponenti di tutti i partiti politici, specialmente dai conservatori. Martedì 31 dicembre Philippa Roe, un membro del consiglio cittadino di Westminster, suddivisione amministrativa di Londra, ha accusato i rom della capitale di essere i responsabili di atti di vandalismo e microcriminalità: con l’arrivo di altri cittadini da Romania e Bulgaria, Roe ha spiegato che potrebbe essere necessario un aumento delle tasse cittadine, a meno che il governo di Londra non assista finanziariamente le amministrazioni locali. Il quotidiano britannico Daily Telegraph ha scritto che i governi di Bulgaria e Romania starebbero concedendo da tempo passaporti bulgari e romeni a cittadini di paesi che non fanno parte dell’Ue, come Moldavia e Macedonia: in modo che con le nuove regole in vigore dal primo gennaio 2014 possano lavorare anch’essi liberamente nei paesi dell’Ue.
Nonostante il dibattito pubblico e le preoccupazioni dei diversi partiti britannici, gli esperti non prevedono per ora alcun aumento significativo dei flussi migratori da Bulgaria e Romania. Il professor John Salt, dell’unità di studio delle migrazioni dello University College di Londra, ha detto al Guardian che le prenotazioni aeree per il nuovo anno dai due paesi verso il Regno Unito sono diminuite rispetto allo scorso anno, e nessuna compagnia aerea ha finora aumentato il numero dei voli su queste tratte. Tendenze simili sono state registrate anche per gli altri paesi UE.
Anche le reazioni riguardanti l’adozione dell’euro in Lettonia sono state controverse. Alcuni lettoni,scrive BBC, hanno espresso parecchio scetticismo a causa del momento di grave difficoltà economica che sta attraversando l’Europa. Inoltre il lats, la moneta nazionale fino al primo gennaio, è stato dagli inizi degli anni Novanta uno dei simboli più importanti dell’indipendenza della Lettonia dall’Unione Sovietica, e di conseguenza anche della sovranità nazionale.
La Lettonia è recentemente riuscita a uscire dalla grave crisi che aveva colpito la sua economia dal 2008, grazie anche a un prestito da 7,5 miliardi di euro da Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea. Negli ultimi 5 anni il governo lettone ha attuato alcune delle riforme strutturali richieste dalla UE per consentire l’adozione dell’euro e l’economia è tornata a crescere con alcuni indici migliori rispetto alla media europea. Rimangono comunque alcuni dubbi, specialmente sulla debolezza del suo settore bancario che non sembra ancora in grado di fare controlli costanti e seri sulla legalità dei fondi che transitano sui conti delle banche nazionali.

Tratto da : ilpost

sabato 28 dicembre 2013

Verso la Bancarotta: Quel Leggerissimo Problema di Consumi Natalizi (e di IVA, IRPEF, IRES……)

1381817124 letta 650x216 Verso la Bancarotta: Quel Leggerissimo Problema di Consumi Natalizi (e di IVA, IRPEF, IRES......)
(Avanti così, Verso la Bancarotta)
 Facciamo finta che i dati forniti dal CODACONS, -8% dei consumi natalizi:
(sole 24 ore) Annunciata, temuta, prevista. Ed eccola ora, puntualmente, confermata: la debacle dei consumi natalizi. A registrarla prima di tutti è il Codacons, che rileva un calo della spesa per le festività attorno all’8% rispetto allo scorso anno. Un dato peggiore persino rispetto alle stime delle scorse settimane, che “speravano” in un -7,5%. Ancora più pessimista l’Osservatorio nazionale Federconsumatori, che riferisce di un calo dell’11,4%, per una spesa totale di 3,35 miliardi, con un budget a famiglia pari a 131 euro…..
Oppure della Coldiretti, -8% consumi alimentari:
(l’Unità, per par condicio sussidiata)  Valgono 2,3 miliardi di euro i cibi e le bevande consumati a tavola tra il cenone della vigilia e il pranzo di Natale che nove italiani su dieci (92 per cento) hanno trascorso a casa con parenti o amici. E’ questo il bilancio stimato dalla Coldiretti che conferma come gli italiani non rinuncino all’appuntamento più tradizionale dell’anno per il quale si è speso però molto meno dello scorso anno (- 8 per cento).
Siano esagerati. 
Come noto CODACONS e Coldiretti sono note istituzioni catastrofiste come il presente blog.
Diciamo che il dato vero sia la metà, facciamo -4%.
ok
La mia semplice domanda è: come si concilia un calo del 4% nei consumi natalizi con le fregnacce governative sulla ripresa del PIL in corso. In fondo parliamo di rilevazioni puntuali giusto alla fine di Dicembre 2013, cioè alla fine del trimestre, quindi proprio nel bel mezzo della grande ripresa del Governo Letta (in Renzi).
Dunque?
Ora, la voce consumi interni costituisce sempre una parte fondamentale nel calcolo del PIL, vuoi vedere che in realtà l’Italia è percorsa da un grandioso momento di laicismo e di ateismo collettivo per cui il Natale quest’anno semplicemente non è più rilevante. Si probabilmente ci spiegheranno che è così.
A natale -4% in tutti gli altri giorni bagordi e feste.
Avanti Così, Dritti verso la Bancarotta.
p.s. meno consumi= meno IVA, IRPEF, IRES….per Arthur Laffer in Italia è sempre natale

Tratto da : rischiocalcolato

venerdì 27 dicembre 2013

DECINE DI MIGLIAIA DI AZIENDE VENDUTE

images (2)Indiani, Cinesi, Russi… hanno comperato i marchi e strutture di decine di migliaia di aziende ormai boccheggianti, portate alla disperazione dall’avidità e follia dello stato italiano. Tutto il territorio Veneto è vittima di questa situazione. L’italia è riuscita distruggere la voglia di fare, il know how, le aziende che i Veneti hanno costruito da zero. Nel resto del mondo l’intraprendenza viene premiata, le istituzioni aiutano, le istituzioni facilitano l’impresa, la incentivano. Nello stato italiano le aziende vere (non quelle di stato) sono state demolite come nel peggiore dei regimi comunisti. Come Stalin sterminò i kulaki, così l’italia ha sterminato gli imprenditori veneti. La corsa suicida della repubblica Italiana ha succhiato fino alla morte. La vendita di queste aziende ha creato un breve calore, un breve senso di ricchezza, come colui che brucia la casa di legno nel bel mezzo di una tempesta di neve. Per un pò si vive di rendita, per un pò lo stato italiano può tassare quei redditi da vendita, per un pò chi ha venduto spenderà il ricavato nel mercato italiano dove il denaro e ricchezze verrano filtrate attraverso una politica fiscale vergognosa, finalizzata a supportare l’erogazione del privilegio.
Per i nostri reporter che viaggiano all’estero ed assistono a questo spettacolo di delocalizzazione e svendita di aziende Venete è un continuo soffrire.

Fonte:  bastaitalia


Tratto da : nocensura