martedì 18 febbraio 2014

The Brussels Business documentary - Chi controlla l'UE?

locandina-the-br-bus

Link documentario integrale sub ita

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=nvvtamZIPWQ


Di Mauro Miccolis
Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà.
A questo si arriva in molti modi,non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca,ma anche negando o distorcendo l’informazione,inquinando la giustizia,paralizzando la scuola,diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine,ed in cui la sicurezza di pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti. (Primo Levi in Corriere della Sera – 8 maggio 1974)
“The Brussels Business” è un documentario uscito recentemente,realizzato dall’austriaco Friedrich Moser e il belga Matthieu Lietaert; ed il è il primo documentario che cerca di far luce sull’influenza delle lobbies nel processo decisionale dell’UE. 
Il film è già uscito nelle sale in Austria e in Belgio, e dovrebbe essere disponibile presto anche in altri paesi europei, ma non ci sono ancora date confermate; su youtube trovate il filmato tradotto in tutte le lingue europee, tranne l’italiano, così mi sono divertito a colmare questa mancanza.
E devo dire che è stato molto divertente, (è il primo film che provo a tradurre e sottotitolare), e anche appagante, in un certo senso; appagante perchè molte delle mie intuizioni circa il ruolo di confindustria e della finanza,nella distruzione dello stato, sono confermate e provate ampliamente, così come anche la totale subalternità della classe politica europea ai diktat dell’industria e delle banche,è ormai provata. Dal documentario, emerge inequivocabilmente, che l’europa, l’UE non è un progetto politico, ma piuttosto un progetto imposto da un’oligarchia industriale, economica e finanziaria. Emerge chiaramente come l’UE sia una distopia, partorita da menti disturbate, come solo quella di un CEO di una multinazionale può essere. Il documentario svela la visione fascista del mondo di questa elitè, l’idea stupida di governare il mondo come si governa un’azienda (quello che è buono per le grandi aziende è buono per tutti, dicono questi signori); anzi peggio, di come vorrebbero governare un’azienda. Che l’europa, l’euro, il liberismo economico, lo smantellamento dello stato sociale, non siano cose volute dalla cittadinanza europea; credo che, favoriti dalle tenebre di questa crisi (frutto gioioso del liberismo) sia chiaro proprio a tutti; eppure, c’è ancora una fascia di popolazione, che ancora crede che ci sia un progetto politico dietro, e non la sola, nuda e cruda avidità e fame di un branco di squali. Ecco, questo documentario, una volta per tutte fa capire chi è che comanda in Europa, e cosa vuole questa gente.
Non solo. Questo filmato sia anche da lezione alla stampa italiana, completamentre prostrata ai piedi della politica, di confindustria e dei banchieri, imparino da questo filmato come si fa il giornalismo di inchiesta; ma non credo che questo mio suggerimento serva a molto, perchè comunque appresa la tecnica, manca quell’ingrediente fondamentale, che ti spinge a combattere contro tutto e tutti per dovere civile : la coscienza.
  
Voglio anche lanciare un appello circa le prossime elezioni europee : Non votate! E’ l’ultimo messaggio efficace non violento, che possiamo mandare a questi plutocrati; dimostriamo di aver capito tutto, dimostriamo che non vogliamo legittimare la loro finzione di democrazia, la loro dittatura finanziaria. Non votate alle europee. Non votate.

Buona visione


Fonte: miccolismauro.wordpress.com



Tratto da : nocensura

Affari e politica. Ciò che insegna il caso del Monte dei Paschi di Siena


1. Stiamo vivendo i giorni dello scandalo del Monte dei Paschi di Siena. La cronaca è ancora destinata a sorprenderci; come sempre avvenuto, del resto, perché ciò che il potere effettivamente fa, nelle sue manifestazioni politiche ed economiche, è ben lungi dall’essere nell’immaginazione dei critici o anche soltanto degli osservatori, addirittura delle sue vittime. Nonostante questo, vale forse la pena proporre alcune considerazioni di carattere generale, per cercare di orientarsi nel prossimo futuro.
2. L’operazione “Monti-Bond”, come è evidente a tutti, ha un solo significato: si tratta di un salvataggio operato dallo Stato (e nell’analisi prescindo dai salvataggi operati dalla Bce). Come ogni salvataggio, esso non può che implicare il controllo da parte dello Stato: insomma, siamo di fronte all’oggettività di una nazionalizzazione. Naturalmente, come in Italia è accaduto per ogni forma di salvataggio, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, esso è presentato o invocato come “provvisorio”, come fase di passaggio per una futura privatizzazione, frutto di accurato e oculato “risanamento” e via discorrendo, secondo l’usuale frasario politico corrente. Come ogni crisi bancaria che si rispetti e che il nostro Paese ha conosciuto, essa mostra quanto profondo e perverso sia il legame tra “politica ed affari”. Verrebbe da dire, cavalcando certi umori comuni a tanti cittadini consapevoli dell’importanza e del significato della Costituzione italiana, che chi di “modernizzazione” ferisce, di “modernizzazione” perisce, secondo i più radicati vizietti della borghesia nazionale.
3. A cominciare dalla caduta della cosiddetta Prima Repubblica (1992), l’Italia è pervasa, in modo politicamente e socialmente trasversale, dall’ideologia liberista: modernizzare significa liberalizzare, in primis (se non esclusivamente, di fatto, nonostante le tante istituzioni anti-trust) il mercato del lavoro e dei capitali, privatizzare, smantellare il welfare, snaturare la Costituzione. Anche in questi giorni il ritornello affiora nelle riflessioni di numerosi commentatori (di differente orientamento politico): si deve recidere, una volta per sempre, il legame tra “economia e politica”, tra “affari e politica”; la “buona politica” è quella che concepisce e mette in pratica, con i dovuti controlli, le “regole” appropriate. Ebbene, a tutti costoro vale la pena di ricordare che perfino per la letteratura liberal-liberista il legame tra “politica e affari” non può essere rescisso nel caso, di fondamentale importanza, della finanza. Basterebbe andarsi a rileggere i testi che Maffeo Pantaleoni, tra i maggiori economisti italiani del Novecento (ricopriva la più importante cattedra di economia, quella di Roma, negli anni 1900-1924), ha dedicato al sistema bancario, con particolare riguardo all’Italia.
4. Nei suoi testi Pantaleoni dimostra: 1. che un “moderno” sistema economico conosce l’espansione quasi-monopolistica di alcune banche, che diventano il motore della crescita industriale e dello sviluppo economico; 2. che per quanto questo quasi-monopolista sia indipendente formalmente dal potere politico, di fatto e naturalmente, tenderà a controllare capillarmente il potere politico stesso; 3. che in una Paese moderno il controllo verrà esercitato in modo trasversale anche sulle opposizioni politiche e sociali; 4. che il controllo ad un certo punto si estende alla “pubblica opinione”, cioè degli organi di informazione; 5. che il potere politico, a sua volta, diventa motore del potere finanziario, ora con leggi volte a “proteggere” certi gruppi economico-finanziari (anche delle opposizioni), ora attraverso l’utilizzo della moneta (della Banca centrale, insomma), ora con tutti gli strumenti tipici del potere (corruzione, tangenti ecc.), così come analizzati da Machiavelli in poi. 6. che ad un certo punto della propria evoluzione morfologica, il rapporto tra economia e politica cerca nuove cristallizzazioni istituzionali, che Pantaleoni individuò con la proposta dello “Stato azionista” e che in seguito, negli anni Trenta e ad opera di altri economisti e di altri operatori e a causa di circostanze sistemiche quali la Grande Crisi del 1929 (nessun programma ideologico “nazionalizzatore” da parte di Mussolini, insomma, costretto a creare lo “Stato industriale” dalla forza delle cose), assumeranno altre sembianze, quelle che in Italia sono state spazzate via, almeno in gran parte, nel 1992.
5. Di questa analisi vale la pena rimarcare, anzitutto, il nesso causale che mette in luce: il legame, con anche i suoi perversi effetti (malaffare, nascita di diverse e radicate “caste”, “corporazioni” ecc.), va dall’economia alla politica, in primo luogo, e solo, in un secondo tempo, dalla politica all’economia. Sottolineo questo aspetto, in modo didascalico (un “espediente metodologico” e pedagogico), perché troppo spesso nel nostro Paese si mette in luce la corruzione della politica esaltando al contempo la “purezza” della cosiddetta “società civile”. In secondo luogo, l’analisi dimostra che è tema per natura politico la strategia di una banca d’affari,indipendentemente dai suoi cascami e legami politici: è nel proprio operare economico che essa diventa attrice politica. Insomma: l’operato di una banca come Unicredit o Intesa San Paolo o Monte Paschi è intrinsecamente un affare di Stato. Non considerandolo tale, e sbandierando l’ideologia del libero e liberalizzato mercato, è evidente che si favorisce un connubio Banca-Stato tra i più opachi e perversi. Rinnovando e arricchendo, di fatto, le analisi classiche di Pantaleoni, autori come Stiglitz hanno sostenuto che il Governo e il Parlamento degli Stati Uniti d’America sono preda dei più spietati appetiti speculatori, che operano secondo una ben nota (in Italia) logica: privatizzare i profitti comuni, scaricare sul pubblico le perdite private. Propinare la comoda finzione che “finanza e politica” (e quindi “economia e politica”: perché nel capitalismo non si lavora senza “i soldi degli altri” e la moneta e la finanza non sono un mero accidente) sono nettamente scindibili, ha consentito, in alternativa, come in Italia (e il caso Monte dei Paschi ne è un emblema), di delegare ad un ridicolo e assurdo “capitalismo municipale” (incardinato sulle Fondazioni bancarie) problematiche degne, per complessità e poste in gioco, di ben altra strumentazione istituzionale, lasciando al contempo libero sfogo al vario “managerismo predatore”, tanto decantato come massima espressione delle benefiche forze del mercato.
Infine, vale la pena sottolineare il problema che pone l’analisi di Pantaleoni e che così si può riassumere: se queste sono le tendenze dell’economia, non rimane che subire, ciclicamente, il manifestarsi degli aspetti più negativi del rapporto tra politica ed economia? L’Italia è destinata a rimanere “preda” dei partiti di governo di turno, del sistema di potere economico-politico che, trasversalmente e in forme nettamente oligarchiche, depreda il cittadino?
La risposta è semplice: naturalmente no. Già Pantaleoni aveva indicato che il problema del rapporto tra politica ed affari poteva essere sottratto alla patologia se e soltanto se, fosse divenuto oggetto di una appropriata riflessione, che in seguito verrà definita “nuova economia del benessere”, e di un appropriato meccanismo istituzionale, per esempio rendendo trasparenti e manifesti gli interessi in gioco e indipendenti certi poteri, soprattutto gli organi d’informazione e la magistratura.
L’economia liberista, insomma, scopriva, letteralmente, che l’evoluzione economica portava ad individuare il tema, e il problema, della politica industriale.
6. Non è chi non veda, se istruitosi prima del crollo della Prima Repubblica, che l’argomento conduce ad un tema, quello della politica industriale, che fu al centro del dibattito economico e politico italiano del secondo dopoguerra, appunto fino al fatidico 1992. Fu in quel periodo che l’attenzione si concentrò su un duplice versante: quello prettamente economico, volto ad analizzare le scelte da compiere e i mezzi per raggiungerle, e quello politico, volto a comprendere come impedire le patologie, ma anche come cercare di raggiungere, nel contrasto degli interessi, l’interesse generale e con quali strumenti. Il problema, insomma, con il secondo dopoguerra era diventato, ben al di là degli intendimenti analitici e politici di economisti come Pantaleoni (che fu prima liberal-conservatore e poi nazionalista e fascista), quello della democratizzazione e dell’economia e della politica, nel tentativo, certo convulso e non privo di enormi contraddizioni, di progredire, Costituzione italiana alla mano e forti di un settore pubblico di eccezionali dimensioni, sul cammino dell’incivilimento.
7. Dramma italiano: queste tematiche, se pur lentamente e timidamente, stano affiorando più a destra (cfr. di G. Tremonti, Uscita di sicurezza; cfr. O. Giannino, M. Boldrin) che a sinistra. Certo è che quanto minore è l’intenzione di proporre e sviluppare discorsi di “economia del benessere”, cioè di politica industriale, cioè quanto meno ci si pone l’obiettivo di impostare in modo virtuoso il rapporto tra economia e politica, tanto più i manovratori – attori in primis economici e poi politici – possono lavorare nell’ombra, realizzando quella che Pantaleoni definiva letteralmente una mera “politica di classe”.
E nettamente di “classe”, cioè antistorica, volta a conservare privilegi resi superflui dal progresso, appare essere tutta quella politica che ostinatamente si rifiuterà di affrontare il nesso esistente tra crisi di questo o quel gruppo, anzitutto finanziario, come il Monte dei Paschi di Siena, e crisi generale, di carattere europeo e mondiale, proponendo varie politiche di “rigore” o di “modernizzazione” liberista. Tra le altre responsabilità, qualsivoglia politica liberista avrà quella di resuscitare, anche nel nostro Paese, nuove forme di totalitarismo reazionario.
BibliografiaM. Pantaleoni, Studi di finanza e statistica, Zanichelli, Bologna, 1936;
P. Barucci, Il contributo degli economisti italiani (1921-1936), in AA.VV., Banca e industria fra le due guerre, Il Mulino Bologna, 1981, vol. II;
L. Michelini, Alle origini dell’antisemitismo nazional-fascista: Maffeo Pantaleoni e “La Vita italiana” di Giovanni Preziosi, 1915-1924, Marsilio, Venezia, 2011;
E.J. Stiglitz, Bancarotta, Einaudi, Torino, 2010.
- See more at: http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/affari-e-politica-cio-che-insegna-il-caso-del-monte-dei-paschi-di-siena/#.Uyhzkvl5PEk

by : Luca Michelini

Tratto da : economiaepolitica

venerdì 14 febbraio 2014

Federalismo e liberismo spine nel fianco del potere


di Gianfranco Viriato

Federalismo e liberismo spine nel fianco del potere
Che rapporto esiste tra federalismo e liberismo? Sono elementi separati o uniti?
In realtà federalismo e liberismo sono talmente complementari da essere davvero le due facce della medesima medaglia.
Il federalismo infatti è la traduzione istituzionale del massimo grado di libertà possibile. E’ la forma di organizzazione della società che garantisce la più ampia autonomia e indipendenza alle comunità coinvolte, assicurando lo sviluppo ordinato di una società autenticamente libera.
Tutti gli stati veramente federali, sono stati democratici e liberali.
E un vero liberale non può essere statalista, centralista, pianificatore. Non può volere un centro che assoggetta le periferie, un potere statale forte e coercitivo.
Un liberale autentico è per forza un federalista.
Dunque chi è liberale è per forza federalista, e un federalista autentico non può che essere liberale.
Il liberale ritiene che la libertà sia il bene primario dell’uomo, ed è disposto a difendere la libertà contro ogni sopruso o maltrattamento.
Analogamente, nel campo dell’organizzazione statale, il liberale pensa che la forma più giusta di organizzazione della società è quella che favorisce la libertà delle comunità coinvolte. Ed un liberale non può non riconoscere a una comunità il diritto all’autonomia. Essere liberale porta naturalmente ai principi della libertà di autogoverno, dell’indipendenza da qualsivoglia potere esterno. Fosse anche – e forse soprattutto – quello dello Stato.
Ciò detto, paiono singolari le posizioni di molti movimenti sedicenti “autonomisti” o “indipendentisti, a partire dalla Lega, movimento divenuto partito che nacque su basi liberali e federaliste.
Oggi nella Lega la visione liberale è rarissima, e i dirigenti della Lega – tutti lautamente retribuiti da poltrone pubbliche – sembrano attenti a difendere interessi degli organi dello Stato e delle varie consorterie.
La Lega – nata e cresciuta come una forza rivoluzionaria contro gli assistenzialismi, i privilegi, le ingiustizie… - si trova a difendere i posti nei consigli di amministrazione dei propri iscritti, a chiedere addirittura di tassare la prostituzione, diventando (inconsapevolmente?) paladina di uno Stato antidemocratico che tassa gli uni per dare agli altri, favorendo clientele e corruzione. Uomini che da decenni ricoprono incarichi parlamentari non possono credibilmente rappresentare un ceto produttivo e intimamente liberale, e sono invece ormai diventati lunghe braccia del potere romano e milanese, parte integrante dello stesso Stato che opprime e schiaccia.
Non vanno però meglio molti altri movimenti “indipendentisti”, chiusi in antistoriche rievocazione e rivendicazioni troppo localiste per non apparire utopiche e velleitarie.
Nel tentativo di rappresentare intere popolazioni realmente oppresse e schiacciate da uno Stato ingiusto, iniquo ed esoso, i movimenti falso-indipendentisti finiscono per proporre modelli non dissimili da quelli dello stato centrale.
Meglio paradossalmente alcuni gruppi culturali neo-liberisti, all’interno dei quali si affacciano idee indipendentiste e autonomiste. Un quadro desolante per popolazioni che hanno mantenuto finora uno Stato accentratore e un ceto politico parassitario.
Solo recuperando i principi del federalismo e della libertà, le regioni produttive pre-alpine potranno arginare forte il declino attuale. 

Tratto da : liberiamoci

giovedì 13 febbraio 2014

Susan George: “La guerra di classe l’hanno stravinta i ricchi”


L'economista anglo-francese accusa l’establishment economico di voler togliere di mezzo la democrazia ed i diritti umani

Susan George, economista, è considerata a livello mondiale una delle studiose più importanti della questione della fame nel Terzo mondo. Presidente del Transnational Institute di Amsterdam, è anche presidente onorario di Attac France.
La guerra di classe non è morta, ma l’hanno stravinta i ricchi. Anzi, i super ricchi, nuova classe globale che ora si chiama HNWI, acronimo di High Net Worth Individuals (individui con alto patrimonio finanziario, almeno 30 milioni di euro. Parola di Warren Buffett, re dei mercati finanziari globali, uno degli uomini più facoltosi del pianeta, dunque membro di questo club esclusivo in crescita continua nonostante la crisi, tanto da includere quest’anno la quota record di 200.000 persone e del quale si parla troppo poco.
La lotta di classe al contrario, un mondo paradossale dove si ruba ai poveri per dare ai ricchi, con l’obiettivo di togliere di mezzo i diritti umani e la democrazia, considerati l’ultimo ostacolo (o l’ultimo baluardo) da superare per ricavare profitti più alti senza troppe seccature.
L’establishment economico e finanziario non ha sensi di colpa per quello che è accaduto nel mondo negli ultimi sei-sette anni. È uno dei paradossi di quest’epoca, i neoliberisti hanno capito il significato del concetto di egemonia culturale di Antonio Gramsci e l’hanno applicato benissimo.
La loro ideologia è penetrata negli Stati Uniti, poi si è diffusa in tutte le organizzazioni internazionali e vanta un supporto intellettuale mai visto. Prendiamo l’Ue. Sono riusciti a ottenere consenso e supporto proponendo misure di austerità per uscire dalla crisi convincendo tutti che il bilancio di uno Stato e quello di una famiglia sono la stessa cosa per cui si può spendere solo in base alle entrate.
Non è così, il debito pubblico storicamente finanzia la crescita, è altra cosa dagli sprechi. Per fare un esempio due economisti della Bocconi di Milano, Alesina e Ardeagna, a mio avviso hanno fornito una errata base teorica alla Banca centrale europea, ai governi e alle istituzioni europee proponendo l’austerità per fronteggiare la depressione. E la gente è stata convinta dell’ineluttabilità delle scelte.
La prova? In Grecia non hanno fatto la rivoluzione. Se tagli gli sprechi, va bene. Ma un euro tagliato ai servizi sociali come alla scuola ha un impatto che produce costi tre volte più alti.
I lavoratori hanno pagato e stanno pagando i costi della crisi provocata da altri. Mi pare obiettivo dire che chi lavora oggi non riesca a guadagnare abbastanza mentre i manager della finanza si sono elargiti subito i lauti bonus derivanti da questi salvataggi. E che la ricchezza accumulata in poche mani ammonti a 35.000 miliardi di euro e sia posseduta, da 200.000 persone. Trovo immorale tutto ciò.
Ma è ancor più immorale l’ideologia che consente loro di accumulare queste smisurate ricchezze e di manipolare le persone facendo loro credere che tutto ciò sia giusto e che le ricette per combattere la povertà siano quelle della Banca mondiale o del Fondo monetario.
Si continua a credere che ogni dollaro detassato alle grandi aziende e ai più ricchi venga reinvestito produttivamente. Invece la ricchezza finisce nei paradisi fiscali. E, aldilà dei proclami, nulla è stato fatto per illuminare gli angoli bui di queste giurisdizioni segrete e controllare i profitti di aziende e singoli. Le grandi multinazionali sono ormai troppo forti e determinano il pensiero unico che ci racconta un mondo bello, quello della globalizzazione, che crea occasioni per tutti. Peccato sia così solo sulla carta.
Il movimento di Occupy aveva buoni contenuti, ma è stato anarchico. Hanno consentito a tutti di parlare in un momento di rabbia collettiva, ma non hanno mai preso una sola decisione per passare all’azione. Il problema della società civile è la mancanza di una visione globale: gli ecologisti pensano solo all’ambiente, i sindacati al lavoro, le femministe alle donne, altri a finanza e tasse.
Il pericolo è che la gente, il 99 per cento di chi non detiene nulla, venga convinta dal restante 1 per cento dell’inutilità della politica. Prendiamo l’Unione europea. Credo nell’Unione e nell’euro, ma a patto che siano partecipate dai cittadini. Ormai l’85 per cento delle leggi in Paesi come Italia e Francia recepiscono le direttive della Commissione europea, un organismo non eletto democraticamente e influenzato dalle lobby. Ma gli europei non si ribellano, preferiscono astenersi dal voto. Così garantiscono lunga vita al sistema ingiusto che oggi è al potere.
Fonte : Susan George

Tratto da : ilquorum

lunedì 10 febbraio 2014

Mastropasqua: è stato fatto fuori perché scomodo?


A cura di nocensura.com

  
Ho smesso di credere alle coincidenze molto tempo fa... e il fatto che Mastropasqua sia stato "fatto fuori", nonostante tutto, mi "puzza"; non voglio difenderlo, figuriamoci. Noi dinocensura.com avevamo già segnalato la questione dei 25 incarichi 2 anni fa, quando i giornalisti ed i politici che oggi sembrano indignati non ne parlavano; mi auguro che la magistratura riesca a chiarire le vicende che lo riguardano emerse nei giorni scorsi, la truffa ai danni dello stato per 85 milioni di euro, gli illeciti dell'Ospedale israelitico da lui diretto, etc. anche se credo che -come solito quando le indagini riguardano personaggi di spicco dello scenario politico -finirà tutto in una "bolla di sapone", così come alcune questioni mi portano a pensare che non sia finito "sotto la lente" casualmente... vediamo perché.

Mastropasqua a livello dirigenziale sapeva il fatto suo; la sua gestione dei conti dell'INPS - fino a quando non ci ha messo le mani la Fornero, accorpando INPDAP e ENPALS, mandando in dissesto l'ente - non è stata delle peggiori; certamente avrebbe potuto fare di più, a livello diSPRECHI, e non solo, ma teniamo in considerazione il fatto che quelli che noi chiamiamo "sprechi" per la casta sono fonte di CLIENTELISMO, scambio di favori, business etc. e se avesse provato a mettere le mani su questo ambito, probabilmente lo avrebbero "fatto fuori" molto prima.

In un contesto come quello italiano, possiamo affermare che Mastropasqua all'INPS non ha lavorato male all'INPS. Questo non significa che vogliamo difenderlo, credo abbiate capito "il senso" del concetto che ho espresso. Inoltre, non ha mai dimostrato la "sudditanza" nei confronti del governo e dei "poteri forti" che hanno altri amministratori pubblici: più avanti vedremo perché.


A Mastropasqua dobbiamo riconoscere il merito di aver provato a fermare la Fornero circa la questione-esodatilui aveva avvisato il governo delle conseguenze che ci sarebbero state con la riforma, ma non è stato ascoltato, e anzi, la Fornero si ARRABBIO' CON LUI, "colpevole" di aver detto la VERITA' agli italiani: 

Vedi l'articolo: "Esodati, per l'Inps sono quasi 400 mila. Fornero deplora la diffusione di «dati parziali»" del 11/06/2012  http://www.corriere.it/economia/12_giugno_11/esodati-relazione-inps_9615dc1e-b3d1-11e1-a52e-4174479f1ca9.shtml (i dati non erano parziali, ma veritieri, come poi è emerso)

Mastropasqua alcuni anni fa rivelò il "segreto di pulcinella", ovvero quello che tutti i politici e amministratori pubblici sapevano bene, ma che nessuno aveva mai detto agli italiani, ovvero che I PRECARI SARANNO SENZA PENSIONE, suscitando un polverone: (vedi:
http://www.nocensura.com/2010/10/i-precari-saranno-senza-pensione.html

MA CIO' CHE MI FA SOSPETTARE CHE GLI SCANDALI CHE LO HANNO COINVOLTO NON SIANO CAUSALI, è IL FATTO CHE LA SIGNORA FORNERO - UN VERO E PROPRIO SOLDATO AL SERVIZIO DEI POTERI FORTI (VEDI: http://www.nocensura.com/2014/02/fornero-il-soldato-dei-poteri-forti.html) - AVEVA CERCATO DI FARLO FUORI:

LEGGETE QUESTO ARTICOLO, CHE RISALE AL 12/062012:  
Esodati, la Fornero:"L'Inps ci danneggia,vertici da sfiduciare"http://www.ilgiornale.it/news/interni/esodati-fornerolinps-ci-danneggiavertici-sfiduciare.html

(Gli articoli del "Corriere" e de "Il Giornale" sopracitati, vanno 'letti tra le righe', ovviamente)

Vogliamo credere che la Fornero volesse far fuori Mastropasqua perché egli non faceva bene il suo lavoro? Per antipatia personale? Perché la Fornero si preoccupa dei cittadini, o dell'ente previdenziale? MADDAI!
La Fornero, come ho scritto sopra, è un vero e proprio "SOLDATO DEI POTERI FORTI", pronta a mettere faccia e firma su provvedimenti come quello che ha prodotto 380.000 esodati, e che Mastropasqua ha cercato di evitare. 

Il fatto che Mario Monti l'abbia scelta come Ministro (sappiamo bene a quali poteri è legato, ovvero "chi lo manovra" e quali fossero i suoi obiettivi in qualità di premier: qui trovate link utili per approfondire: http://www.nocensura.com/2013/05/una-raccolta-di-articoli-per-capire-le.html) LA DICE MOLTO LUNGA, e chi è bene informato ha già capito cosa intendo dire.

OLTRETUTTO, IL GOVERNO VOLEVA METTERE PROPRIO LA FORNERO ALLA GUIDA DELL'INPS !!! E anche questo la dice moooolto lunga...

Io credo che Mastropasqua sia stato "fatto fuori" perché vogliono mettere al suo posto qualcuno ritenuto "di maggiore fiducia" dai poteri forti; qualcuno che - come la Fornero, proposta per la sua successione - OBBEDISCA senza battere ciglio agli ordini impartiti, anche quando questi provocano ECATOMBE SOCIALI come gli esodati.

A proposito: a Mastropasqua dobbiamo dare atto anche di aver combattuto attivamente, per la prima volta nella storia d'Italia, contro il fenomeno dei "falsi invalidi": negli anni della sua gestione ne sono stati smascherati alcune DECINE DI MIGLIAIA.

"Falsi invalidi doc? finalmente l'INPS dà i numeri"

http://informa.comune.bologna.it/iperbole/sportellosociale/notizie/2731/50364 (articolo ricco di approfondimenti

"Falsi invalidi Il bilancio del 2012"http://www.ilgiornale.it/news/interni/falsi-invalidi-bilancio-2012-828294.html

TENETE PRESENTE che il fenomeno dei "falsi invalidi" non è dovuto semplicemente, come possiamo pensare, a "cittadini-truffatori che si fingono invalidi"; figuriamoci se con le tecnologie odierne qualcuno può fingersi cieco facilmente... maddai! La questione è più complessa, tra medici compiacenti e la rete clientelare di alcuni politici; dietro alla concessione di assegni di invalidità fraudolenti c'è un giro di mazzette e mafia che non possiamo nemmeno immaginare... per questo, aver contrastato questo fenomeno, non è "cosa da poco" come possiamo pensare. Un amministratore che si impegna su questo fronte, si crea molti nemici...

Tanto dovevo, per onor del vero


Tratto da : nocensura



lunedì 3 febbraio 2014

La terra è finita. Ora che facciamo?


di Luca Bertagnon - L'Insorgente

La terra è finita. Ora che facciamo?
Riprendiamo l'interessante analisi di Luca Bertagnon, già pubblicata su L'insorgente
Il paesaggio, così come lo riconosciamo e lo apprezziamo, si è progressivamente costruito fin dal medioevo per il convergere d due fondamentali fattori: la necessità delle comunità di aggregarsi per proteggersi dagli attacchi esterni e dalle razzie; e la contemporanea diffusione a larga scala dell’agricoltura, con ampi disboscamenti e con la bonifica di zone paludose e depresse. L’antropizzazione si esprimeva non come la intendiamo oggi, attraverso l’occupazione del suolo con manufatti edilizi o con ingombranti infrastrutture, ma attraverso l’agricoltura, ovvero sostituendo la vegetazione autoctona e spontanea con le coltivazioni indispensabili a sfamare le comunità umane in crescita. Si creava così un virtuoso ‘dialogo’ tra una natura ‘pettinata’ ed ordinata dall’uomo ed agglomerati edilizi compatti che dominavano sul paesaggio che essi stessi contribuivano quotidianamente a costruire e mantenere.

 È profondamente vero che il paesaggio è una costruzione tipicamente umana ed è figlio dell’antropizzazione, ma quale antropizzazione? Non certo l’attuale modello di sviluppo consumistico, che, nella sua visione così profondamente e radicalmente consumistica considera anche il suolo come un bene di consumo qualsiasi. L’inesorabile distruzione del paesaggio, così come l’abbiamo ereditato da secoli e secoli di oculata gestione del territorio, è determinata proprio dall’illusione di poter utilizzare il suolo indiscriminatamente come un ‘supporto’ qualsiasi, perdendo inesorabilmente lo storico rapporto tra coltivi ed edificato.

 La stessa rinuncia all’edificazione compatta, determinata dalle migliorate condizioni socio-politiche nelle campagne, ha determinato la progressiva occupazione degli spazi storicamente destinati all’agricoltura, concedendo più spazio all’abitare, offrendo spazi autonomi, privati ed esclusivi ai nuclei familiari che non avevano più la necessità di compattarsi per difendersi. 

Da qui la fase distruttiva del paesaggio storico, che ha avuto una incontrollabile accelerazione con il boom economico dal secondo dopoguerra in poi, sulla spinta di un capitalismo consumistico che ha fatto da volano all’impropria colonizzazione di ogni appezzamento di terreno disponibile. Nell’ultimo secolo in particolare ci si è crogiolati nell’illusione che “la terra” non fosse più indispensabile per sfamare i propri figli, ma potesse essere utilizzata in modo più produttivo per generare capitali e ricchezza. Non si è avuta più alcuna remora quindi a sacrificare terreni fertili non solo per destinarli all’infrastrutturazione alla produzione industriale ed alla costruzione di abitazioni, ma spesso si è costruito al solo scopo di costruire, di edificare beni, di disporre di capitali tangibili, trasposti in termini volumetrici, dotati di un valore indipendentemente dalla loro effettiva necessità o dal loro reale utilizzo. 

Soprattutto si è andati avanti a costruire, occupando terreni liberi, erroneamente considerati in disponibilità illimitata, senza mai pensare a come razionalizzare, sostituire, rigenerare, ottimizzare il patrimonio edilizio esistente. Nella aberrante logica del consumo indiscriminato si è preferito abbandonare il vecchio e costruire il nuovo piuttosto che riutilizzare, rinnovare, rimodernare o rifunzionalizzare l’esistente, con la conseguenza di sommare alla brutta edilizia contemporanea, i resti e di fatto gli scarti abbandonati del passato.

Non mi soffermerei sull’ipocrisia di pseudo norme vincolistiche e conservative del territorio e del paesaggio, del tutto ininfluenti e fallimentari, incapaci di arginare voracità insaziabile di terreni da sacrificare alla speculazione e allo sviluppo. Le leggi del resto altro non sono che lo specchio dell’economia, della cultura e del pensiero dominante in un determinato momento storico e certo non è pensabile che vadano contro corrente. Guardiamo quindi alle nuove prospettive economiche e di sviluppo dopo la crisi degli ultimi anni, che ha avuto il merito di risvegliarci dall’ubriacatura di un illusorio progresso infinito basato sulla spesa e sui consumi. Obbligati a tornare con i piedi per terra stiamo tornando a comprendere la funzione privilegiata della terra: quella di sfamarci. 

Il fatto stesso di essere obbligati a tornare con i piedi per terra porta a confrontarsi con il concetto di benessere, di appagamento e di felicità, comprendendo come vi siano forme di appagamento virtuale ed illusorio e forme di appagamento sostanziale e di autentico benessere, non sempre e non necessariamente dipendente dalla disponibilità di cose, oggetti o peggio status simbol. 

Si sta sempre più riscoprendo la vera essenza del benessere che passa da un rinnovato rapporto con la terra, con l’ambiente circostante, con l’attività sportiva, con il proprio corpo e con i tempi da dedicare al lavoro ed allo svago. In questa accezione allargata di benessere e di ricchezza tornano ad acquisire valore il territorio, l’ambiente, il paesaggio, l’agricoltura ed i prodotti genuini della terra. Ritrova un proprio spazio anche la cultura, la memoria, l’appartenenza, come reazione ad una pretesa omologazione che comincia a stare stretta a molti. 

Ed in tale prospettiva si delinea anche un prossimo traguardo di sviluppo per il nostro territorio che può finalmente investire convintamente sulle proprie peculiarità, sull’attrattività che è ancora in grado di esprimere, su quel senso di benessere che è in grado di generare nel rapporto tra acqua, natura e montagna. In questa prospettiva, che è prospettiva economica e di sviluppo e non certo lirica o nostalgica, e che personalmente definisco con il termine di EDENAMISTA, torna ad assumere un ruolo preponderante il territorio ed il paesaggio; torna ad assumere importanza il rapporto tra bosco e coltivi; diventa impellente il riordino, la rigenerazione di quanto a suo tempo edificato; si affaccia prepotentemente anche l’opzione demolitoria, della eliminazione di quanto impropriamente costruito nel passato, di ciò che non è più in uso e di ciò che deturpa e che siamo sempre meno disposti a tollerare.

Tratto da : liberiamoci

IL PARLAMENTO EUROPEO PRESENTA LA BOZZA DI RISOLUZIONE PER LO SMANTELLAMENTO DELLA TROIKA COMPOSTA DALL’UE, FMI E BCE

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di Giuseppe Paccione
 Finalmente l’Europarlamento sta facendo pressione per portare a termine la cattiva esperienza fallimentare della Troika – costituita da tre entità indipendenti con capacità giuridica come la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea. Difatti, la Commissione economica del PE ha pronta una risoluzione che costituisce il più consistente atto d’accusa ufficiale contro le misure di rigore e d’austerità introdotte nell’area della moneta unica (c.d. eurozona) dalla Troika.
Gli europarlamentari fanno appello ora al fatto che si possono manifestare delle conseguenze sociali e maggiore possibilità di rettificare le decisioni nel momento in cui si rivelano errate.
Si menzioni che i poteri della Troika, gruppo considerato senza alcun adeguato fondamento giuridico, dovrebbero essere trasferiti o affidati alla Commissione europea, che sarebbe sottoposta al controllo democratico del PE. Mentre sia la BCE, che il FMI avrebbe solo un ruolo di mera consulenza tecnica. Ovviamente, a tale posizione del PE hanno espresso parere contrario e il Commissario UE per gli affari economici (Olli Rehn) e il già ministro delle finanze e predecessore dell’attuale presidente della BCE (Jean-Claude Trichet) Mario Draghi, difendendo l’azione della Troika nei piani di bail-out (salvataggio) per il gruppo PIGS – Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, ivi la Repubblica cipriota. Certamente, le risposte della BCE e della Commissione UE non sono state ritenute soddisfacenti a parere del PE, che voterà fra un paio di mesi la relazione con la quale domanderà di smantellare la Troika.
Nella bozza della risoluzione della Commissione economica del PE si riporta che dal 2008, inizio della crisi economica dell’intera pianeta, la diseguaglianza in termini di distribuzione del reddito è cresciuta oltre la media di alcuni Stati membri dell’UE e che i tagli alle prestazioni sociali e l’aumento della disoccupazione – nel nostro Paese ha raggiunto il 13 % – stanno innalzando i livelli di povertà, giudicando non accettabile l’elevata disoccupazione giovanile e ponendo in risalto il forte aumento dei senza lavoro, soprattutto tra i giovani, nella martoriata Grecia, Portogallo, Cipro, Spagna e, ovviamente, l’Italia.
Il PE contesta gli interventi del gruppo Troika, come quelli inerenti ai fattori scatenanti le crisi, e analizza l’economia degli Stati membri dell’eurozona prima e dopo l’intervento della Troika. In aggiunta, nella bozza risolutiva è riportata la bocciatura delle misure adottate senza mezzi termini, deplorando l’interpretazione delle Istituzioni dell’UE e internazionali, fra cui per l’appunto il Fondo Monetario Internazionale, davanti a una crisi del debito sovrano d’ampia portata nell’eurozona. Si deplora, sempre nella bozza, la mancanza di trasparenza durante i negoziati che si riferiscono ai memorandum d’intesa. Sempre il PE esprime, all’interno del documento, profondo rammarico che i programmi, a favore della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo, abbiano una serie di prescrizioni dettagliate per la riforma dei sistemi sanitari e tagli alla spesa, deplorando che i programmi non siano vincolati dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE e dei Trattati.
La sola attenuante per la Commissione UE, il FMI e la BCE – che compongono la Troika – è l’ampia sfida affrontata come i tempi stretti, gli ostacoli di carattere giuridico e politico da sormontare e l’economia mondiale in recessione. Tutto questo, a parere del PE, non è sufficiente ad assolvere i piani di austerità, le cui conseguenze hanno portato a effetti non favorevoli, controproducenti e continue correzioni. A titolo d’esempio, si prenda il caso ellenico dove, a seguito di cinque revisioni e dell’insufficiente risultato positivo del primo programma, è stato d’uopo l’adozione di un secondo programma nei primi mesi del 2012, che da allora è stato revisionato tre volte. L’assistenza finanziaria e il programma di correzione nello Stato ellenico non hanno evitato un’insolvenza non controllata, né un contagio della crisi ad altri Stati membri dell’eurozona, anzi, la riduzione dei disavanzi strutturali non ha ancora portato a un abbassamento dei rapporti tra debito pubblico e PIL (prodotto interno lordo) che è meramente aumentato in tutti gli Stati dell’UE.
Il PE, infatti, ritiene che sia giunto il momento di mutare i meccanismi di decisione, partendo dalla maggiore responsabilità da dare alla Commissione UE. I rappresentanti dell’UE, presenti nella Troika, dovrebbero riferire in modo regolare ed essere ascoltati, prima di assumere le funzioni, dal PE, non dimenticando che lo stesso PE può porre il veto sulle loro iniziative. In aggiunta, il Consiglio UE o Eurogruppo e MES (Meccanismo europeo di stabilità) dovrebbero cambiare gli iter procedurali e i meccanismi di approvazione.
Sempre per il PE, infine, è necessario valutare l’attuale quadro istituzionale della Troika, il coinvolgimento della BCE nella revisione dei programmi e la partecipazione obbligatoria del FMI ai programmi d’assistenza, senza non tenere in considerazione della possibilità di istituire un FME (Fondo Monetario Europeo).
La risoluzione del PE, che sarà approvata nell’aprile di quest’anno, potrà avviare il percorso legislativo della Troika, ma sarà necessario anche l’accordo tra i capi di Stato e di governo.

Tratto da : scenarieconomici