venerdì 16 maggio 2014

Ingegnarsi per contrastare la non-ripresa


glaciazione
Se voi foste un investitore estero, comprereste il debito pubblico di un Paese che approccia una nuova recessione mentre lo spettro della deflazione di avvicina a rendimenti così bassi che mai si erano mai visti prima?
E le azioni delle banche di quel paese, che detengono nei loro portafogli centinaia di miliardi di quel debito pubblico, sono da comprare o da vendere?
Sembra sia questa la domanda che ieri si ponevano gli operatori, intorpiditi in un aggiustamento che viene-da-sé e bruscamente risvegliati da un inatteso schiaffo sul dato di PIL: altro che miglioramenti, l’Italia torna a registrare PIL con valori negativi. Se le speranze di ripresa si fondano, come il celebre bonus da 80€, su una spirale auto-alimentante di miglioramento delle prospettive, ecco che il loro inatteso peggioramento provoca uno scrollone che sui mercati non si vedeva da tempo: -3,61% l’indice FTSEMIB e spread BTP-Bund che schizza del 20% da 150 a quasi 180 punti.
In attesa di capire se e come il prossimo 5 giugno la BCE interverrà nel tentativo di stimolare l’inflazione, la politica dovrà trovare il modo di lanciare dei messaggi chiari e forti sia ai mercati che ai cittadini, vista l’imminente scadenza elettorale.
Le forze politiche di sistema, tra arresti in Parlamento, latitanze libanesi e crescenti interrogativi sulle coperture di fronte alla prospettiva di una nuova recessione, andrebbero al voto come vacche al macello se non arrivasse una reazione decisa e tangibile.
Sul lato dei mercati finanziari abbiamo goduto negli scorsi mesi di flussi in entrata da investitori esteri, flussi che abbiamo visto ieri quanto rapidamente sono pronti a ritirarsi. Per stabilizzarne l’andazzo occorre agire sull’economia reale, irrobustendola, aiutandola a scongelarsi.
Il danno principale portato dalla Crisi è sul fronte della disoccupazione di lungo termine: restare fuori dal mondo del lavoro per un periodo di tempo troppo ampio riduce le capacità ed intacca il morale, oltre che il portafoglio. Chi è rimasto vittima di questa tagliola non ha redditi da spendere contribuendo a migliorare i consumi e non è visto come una risorsa appetibile da assumere.
Il risultato di tutto questo è che le imprese non trovano sufficiente domanda per i loro prodotti e -spesso- si ritrovano una carenza di lavoratori specializzati. La conseguenza di questo particolare doppio deficit è un calo degli investimenti delle imprese, indipendentemente dal contesto favorevole dei tassi.
Al di là della meritoria iniziativa di rimpolpare gli stipendi di chi ha bassi redditi, bisogna pensare ad un intervento a tenaglia su tre fronti:
  1. Un impianto di incentivi per chi assume (e dà formazione a) i disoccupati di lungo periodo. Questo senza dimenticare di includere i lavoratori in Cassa Integrazione, che non risultano alla voce “disoccupati”.
  2. Regole più severe sulla patrimonializzazione delle banche, affinché la necessità di mantenere tassi bassi non si trasformi in eccessive posizioni di rischio.
  3. Spesa pubblica per infrastrutture a compensazione della minore spesa per investimento privata.
Il secondo ed il terzo punto sono questioni da gestire a livello europeo, ma sul primo punto occorrerebbe un’azione immediata. Un segnale forte. Per non lasciare che le perplessità sulla solvibilità di lungo termine si trasformino in profezie auto-avveranti.


By Andrea Boda per pianoinclinato